Ore 12 – Anno nuovo vita nuova? Non per il Pd

Anno nuovo, vita nuova? Macchè! Di questo passo ci teniamo Berlusconi. A dirlo è solo il sempre “incazzato” filosofo Massimo Cacciari, ma a pensarlo è la maggioranza degli italiani. Da mesi il premier fa il passo del gambero ma il Partito democratico, fuori tempo e fuori campo, non ne trae alcun vantaggio e non si

Anno nuovo, vita nuova? Macchè! Di questo passo ci teniamo Berlusconi. A dirlo è solo il sempre “incazzato” filosofo Massimo Cacciari, ma a pensarlo è la maggioranza degli italiani.

Da mesi il premier fa il passo del gambero ma il Partito democratico, fuori tempo e fuori campo, non ne trae alcun vantaggio e non si schioda dalla sua crisi permanente. Perché?

A forza di girare, il disco si è rigato: mancanza di identità, mancanza di progettualità, mancanza di leadership, mancanza di unità. Tutto qui? No.

Il Pd non è sentito come alternativa anche (o soprattutto?) perché i suoi esponenti sono visti uguali o peggiori degli altri. Le eccezioni confermano la regola.

Il buon Bersani guarda e tace. Ma la tenaglia si sta stringendo attorno al leader del Pd, chiamato a rispondere di quella che oramai si può definire il fallimento di una strategia politica basata esclusivamente sul “facciamo cadere Berlusconi” (e Berlusconi è sempre lì).

Se si va al voto anticipato in primavera, la debacle elettorale del Pd sarà una catastrofe annunciata. Tutto ciò è il frutto di una situazione di paralisi, smottamento e smarrimento del partito che, in modi pur diversi, sta avvenendo quasi ovunque in Italia.

In molte regioni, più o meno sotto traccia, avanza un indecoroso trasformismo, con esponenti ex diessini ed ex margheritini (dirigenti di partito, sindaci, assessori, consiglieri) pronti a salire sul carro dei vincitori e a trattare con liste civiche che nascono come funghi in vista di nuove rese dei conti.

Ma il trasformismo, che può essere anche riprovevole sotto l’aspetto etico e morale, non è la causa di tutti i mali del Partito democratico.

Anche nel governo locale, persino nel quadrilatero “rosso” di Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche, vengono al pettine i limiti di una gestione del potere sempre più personalistica e burocratizzata, rompendo l’antico radicamento politico e sociale.

Fra la gente passa la logica del “tanto sono tutti uguali”: non vota Pd perché ritiene che il Pd non la rappresenta. Tutto qui. Il retaggio di antiche “appartenenze” ideologiche, le nuove divisioni per spartirsi le restanti leve di potere, alimentano nel partito divisioni sempre più vistose e laceranti, creando ulteriore delusione e sconcerto nella base. Questo è il quadro.

Non sarà facile ripartire, ricostruire una nuova classe dirigente, ridefinendo una nuova capacità di selezione e di rappresentanza. Può, adesso, fare la vittima chi è causa dei propri mali?