Esteri: Barbara Antonelli (Nena News) a Polisblog sull’escalation di attacchi aerei israeliani a Gaza

Giornalista pubblicista, Barbara Antonelli collabora con diverse testate on-line (Nena-news, Peacereporter, Noidonne) e vive da circa un anno tra Roma e Gerusalemme. Ha lavorato come addetta alla comunicazione per una Ong in Italia e, successivamente, per tre anni come assistente di Luisa Morgantini, seguendo la questione israelo-palestinese e accompagnando diverse delegazioni della società civile italiana

Giornalista pubblicista, Barbara Antonelli collabora con diverse testate on-line (Nena-news, Peacereporter, Noidonne) e vive da circa un anno tra Roma e Gerusalemme. Ha lavorato come addetta alla comunicazione per una Ong in Italia e, successivamente, per tre anni come assistente di Luisa Morgantini, seguendo la questione israelo-palestinese e accompagnando diverse delegazioni della società civile italiana con l’Associazione per la Pace. Dall’agosto 2009 all’ottobre 2010 è stata capo redattore del sito di informazione Palestine Monitor .

Polisblog l’aveva già intervistata lo scorso giugno, dopo l’attacco delle forze armate israeliane alla Freedom Flotilla. Torniamo a chiederle un suo commento sul nuovo rischio di un conflitto nella Striscia di Gaza, dopo l’intensificarsi degli attacchi aerei israeliani nel corso di questa settimana.

Barbara, puoi riassumere brevemente l’escalation di raid aerei israeliani su Gaza, iniziata lo scorso fine settimana?

In realtà è da settimane che si è accresciuta la tensione al confine tra Gaza e Israele. Lo riportano le associazioni palestinesi, il rapporto settimanale dell’OCHA (Ufficio di Coordinamento nei territori occupati palestinesi delle Nazioni Unite) e gli attivisti internazionali presenti nella Striscia. Tensioni che si sono accentuate a partire dallo scorso fine settimana…

Cos’è accaduto lo scorso fine settimana?

L’aviazione israeliana ha compiuto operazioni militari per distruggere alcuni tunnel sotterranei vicino a Rafah, al confine con l’Egitto, ferendo due palestinesi. Sabato notte è stato condotto un altro raid che ha ucciso 5 miliziani. E’ stato uno degli attacchi che ha provocato più vittime dall’ Operazione Piombo Fuso, l’offensiva militare israeliana del dicembre 2008.

Secondo le fonti di Al Jazeera, altri quattro attacchi aerei sono stati condotti tra lunedì e martedì a nord della Striscia sul campo profughi di Jabailya e sui centri abitati di Beit Lahya, Beit Hanoun e Zeitoun, in seguito ai razzi Qassam lanciati da gruppi di militanti della Jihad Islamica: secondo le fonti israeliane sarebbero stati lanciati almeno 13 razzi verso Israele e altri attacchi sono stati compiuti alle pattuglie e ai mezzi israeliani che si trovano sul confine e dentro Gaza. Uno di questi razzi è atterrato martedì mattina a pochi metri dall’asilo di un kibbutz nei pressi di Ahkelon, provocando altri raid dell’aviazione israeliana nella serata di martedì.

Si tratta di attacchi improvvisi o il contesto aveva iniziato a deteriorarsi nelle settimane precedenti?

La situazione è in effetti tesa già dall’inizio del mese di dicembre. Inoltre, da ieri sulla stampa israeliana circola la notizia, diffusa dal capo dell’esercito israeliano Gabi Ashkenazi, che all’inizio di dicembre alcuni militanti palestinesi abbiano per la prima volta usato un missile Kornet (di produzione russa), in grado di colpire i carri armati israeliani. La notizia ha allarmato la difesa israeliana, che in questi giorni ha promesso di dispiegare nuovi blindati dotati di sistemi antimissile.

C’è anche da dire che, oltre a mantenere la Striscia sotto assedio dal giugno del 2007, le forze militari israeliane continuano a effettuare raid sia sul confine che all’interno della Striscia. Secondo i dati delle Nazioni Unite, dall’inizio del 2010 sono 55 i palestinesi (di cui 22 civili) uccisi da azioni militari israeliane e nello stesso lasso di tempo sono 200 i feriti palestinesi.

L’IDF (Forze armate israeliane) ha affermato che dietro i lanci di razzi Qassam e gli attacchi a uomini e mezzi militari israeliani ci sarebbe la regia di Hamas. Credi che sia plausibile o si tratta di attacchi condotti in autonomia da altri gruppi come la Jihad islamica?

E’ vero: l’IDF ha definito i raid di questi giorni “volti a colpire obiettivi di Hamas, alla luce dell’aumento del lancio di Qassam sulle comunità lungo il confine e contro le truppe israeliane delle ultime due settimane”, anche se dietro al lancio dei Qassam di questi giorni ci sono, così sembra, altri gruppi e anche se Hamas ha dichiarato di voler tenere la situazione sotto controllo.

In un’intervista rilasciata giovedì alla BBC, un ufficiale capo dell’IDF ha dichiarato che fino a quando Hamas rimane al controllo della Striscia, un’altra guerra “è solo questione di tempo”. Israele ritiene quindi che Hamas sia responsabile degli attacchi, in quanto governo de facto a Gaza.

In realtà la situazione di questi giorni non può prescindere da un esame più generale della politica israeliana che tiene “chiusa in una gabbia a cielo aperto”, un’intera popolazione civile punita collettivamente, senza libertà di movimento e dove il controllo effettivo dello spazio aereo, nautico e dei confini resta nelle mani di Israele. Quindi il punto non è tanto chi vi sia dietro gli attacchi (che comunque costituiscono una violazione del diritto internazionale), ma che, dal 2007, Israele punisce collettivamente l’intera popolazione della Striscia, favorendo potenziali situazioni esplosive e di tensione.

Quali sono le condizioni attuali della popolazione civile nella Striscia?

Più di metà della popolazione di Gaza è disoccupata, 4 su 5 famiglie dipendono dagli aiuti umanitari, il 95% delle attività del terzo settore sono ferme o parzialmente funzionanti a causa dell’embargo imposto sull’ingresso di un’ampia serie di materiali. Servono urgentemente 86.000 unità abitative per far fronte alle migliaia di famiglie palestinesi ancora senzatetto dall’offensiva militare di fine dicembre 2008 (Operazione Piombo Fuso). Il 35% della terra agricola della Striscia è stata annessa nella cosiddetta “buffer zone”, la zona cuscinetto al confine tra Gaza e Israele, e dichiarata off limits per i contadini.

Qual è stata la reazione dei palestinesi della Cisgiordania alla notizia dell’intensificarsi dei raid aerei? E qual è stata la reazione ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese?

Mercoledì il capo dei negoziati da parte palestinese ha messo in allerta rispetto ad un’offensiva militare da parte di Israele. Stessa cosa ha fatto il presidente dell’Anp Mahmud Abbas, nel corso di un incontro ufficiale con i rappresentanti della UE a Ramallah. Aumenta il timore che possa incrementarsi l’escalation di violenza, a pochi giorni dalle feste natalizie, che riportano alla memoria la tragedia di Operazione Piombo Fuso, che ha provocato più di 1400 vittime tra la popolazione civile palestinese.

Da parte invece della comunità internazionale, Robert Serry, il Coordinatore speciale ONU per il processo di pace in Medio Oriente, ha condannato il lancio dei razzi sui civili israeliani, ma ha anche avvertito Israele di “contenere” la risposta a tali attacchi.

E’ quindi possibile il rischio di un’ulteriore escalation, come nei giorni dell’Operazione Piombo Fuso?

Al momento non credo si possano fare previsioni. Va ricordato però che, mentre la stampa si concentra sui razzi Qassam da una parte e sull’escalation dei raid israeliani dall’altra, la Striscia rimane stretta nella morsa, nonostante la presunta politica di “alleggerimento” dell’embargo ad opera di Israele.

Questo lo dice un rapporto presentato poche settimane fa da una coalizione di 21 agenzie e gruppi internazionali che operano a Gaza da anni, tra cui Amnesty International, CAFOD, Oxfam e Pax Christi International. “Speranze infrante”, così si intitola il documento, accusa Israele non solo di non aver affrontato i principali problemi derivanti dal blocco senza attuare azioni concrete (come, ad esempio, riaprire in modo significativo l’export di merci da Gaza), ma anche di non aver rispettato nessuno degli impegni presi con gli annunci che il governo Netanyahu fece lo scorso giugno.

Parliamo delle difficoltà dei negoziati diretti. In questi giorni l’Anp ha redatto una bozza di risoluzione da presentare al Consiglio di Sicurezza per condannare la costruzione di nuove colonie. Pensi che sia una mossa che possa avere successo?

Sì, infatti la bozza della risoluzione che condanna le attività di espansione delle colonie in tutta la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, è pronta e sarà presentata dopo febbraio. E’ positivo che 15 stati abbiano aiutato e sostenuto i palestinesi nella stesura della bozza e, anche che se gli Stati Uniti imporranno il veto, i palestinesi sono pronti a rivolgersi alla Corte Internazionale di Giustizia.

Un altro segnale positivo a livello di politica internazionale è stato l’annuncio diplomatico da parte del Brasile del riconoscimento dello Stato palestinese sui confini del 1967, cioè prima dell’occupazione israeliana. L’annuncio del Brasile segue quello già fatto da Argentina, Bolivia, Venezuela e anticipa quello (possibile) dell’Uruguay. Tuttavia, la leadership palestinese tentenna ancora nell’avanzare una richiesta formale di riconoscimento alle Nazioni Unite.

Qual è stata la reazione israeliana a queste azioni diplomatiche?

In entrambi i casi i vertici di Tel Aviv parlano di “uno schiaffo in faccia agli sforzi intrapresi attraverso i negoziati”. Negoziati, va ricordato, che sono entrati in una fase di stallo totale, al termine della scadenza della moratoria sul congelamento delle colonie, il 26 settembre, per l’intransigenza di Israele, a fare qualsiasi concessione allo stop degli insediamenti, anche sotto richiesta formale USA e dietro vantaggiose controfferte.

E’ vero anche che la combinazione di diversi fattori, in primis l’espansione delle colonie, e lo spostamento del governo israeliano verso l’estrema destra, fanno si che ci si trovi davanti a quello che il Rapporteur speciale ONU nei territori palestinesi uscente, Richard Falk, ha definito “non più una occupazione di guerra (temporanea) ma un’annessione de facto”. Con la conseguenza che è molto difficile, dopo le numerose violazioni da parte di Israele, avere ancora fiducia nel diritto internazionale.