Alberto Stasi: “Ho visto i video pedofili, ma non in modo morboso”

Partiamo dal presupposto che molti di coloro che frequentano la Rete hanno visto almeno una volta una foto osè di qualche donna/uomo. C’è modo e modo di guardarla, con fare morboso, con semplice curiosità o con la voglia di “rifarsi gli occhi” apprezzando un bel fisico femminile o maschile. Fino a prova contraria non è

Partiamo dal presupposto che molti di coloro che frequentano la Rete hanno visto almeno una volta una foto osè di qualche donna/uomo. C'è modo e modo di guardarla, con fare morboso, con semplice curiosità o con la voglia di "rifarsi gli occhi" apprezzando un bel fisico femminile o maschile. Fino a prova contraria non è un reato.

La visione di foto pedopornografiche invece non ha scusanti, nel senso che anche guardandole per semplice curiosità contengono hanno un potenziale criminale, se non altro perchè la prima cosa che verrebbe da fare ai più sarebbe quella di denunciare alla polizia postale il sito o l'utente (nel caso del p2p) dal quale provengono queste immagini.

Per Alberto Stasi invece il mondo non funziona così, e il fatto di aver visto foto o video pedopornografici con un atteggiamento non morboso – magari per semplice curiosità – dovrebbe farci pensare a qualcosa di non grave. Stavolta proprio no, lo diciamo senza problemi: è qualcosa di assurdo comunque.

Ecco i suoi racconti. «Hanno trovato immagini pedofile nella memoria del mio pc? Non lo so a cosa si riferiscono, avvocato».

Poi Alberto ha scavato nei ricordi. Ha cercato di risalire a come e quando sul display del suo pc Compaq siano passati foto o filmati proibiti. E al suo legale ha spiegato che sì, a pensarci bene può anche darsi che sia successo. Roba vecchia, magari capitata dopo l'ennesimo clic sul sito sbagliato, certo non guardata da maniaco. Roba di cui non ricorda troppi dettagli ma che saprebbe di sicuro spiegare se solo capisse bene da quale percorso informatico e da quale angolo remoto della memoria del suo computer provengono quelle immagini.

Il professor Angelo Giarda (codifensore assieme a Giuseppe e Giulio Colli), conferma e sminuisce: «L'accusa della pedopornografia? Alberto dice che ricorda vagamente di aver visto cose di questo genere, non riferite assolutamente al giorno dell'omicidio o al giorno prima e soprattutto non con morbosità, come fa Fantozzi quando vede una donna nuda, per intenderci». L'avvocato Giarda non si spinge oltre. «Anche perché – ripete – non disponiamo della copia dei due hard disk del computer, quello esterno e quello interno. Ci difenderemo quando avremo gli strumenti per farlo. E farà così anche il nostro assistito che per ora non ha risposto al pubblico ministero ma che è pronto a farlo appena avremo i due hard disk».

 

Ma c'è altro. Già si mettono le mani avanti, utilizzando la legge, per invalidare gli esami fatti sull'hard disk di Stasi.

«L'esame del computer richiedeva la presenza del nostro perito e poi perché la procura ha convocato Alberto per contestargli l'accusa della pedopornografia usando il risultato di una perizia acquisita in un altro procedimento». E la difesa di Stasi non vuole nemmeno sentir parlare di «svolta» e di «movente legato alla pista pedofila». «Ma le pare?», si infiamma il professor Giarda. «Se anche ipotizzassimo per un istante che Chiara avesse scoperto questa cosa… ma le sembra che per questo si possa uccidere una ragazza in quel modo lì? Nel 2007?».

Senza avere il minimo diritto per farlo, senza sapere come sono andate realmente le cose, senza voler sembrare supponenti, però a questa domanda potremmo anche abbozzare un "sì".