Intervista. Polisblog incontra Pier Luigi Celli, autore di “Generazione tradita”

Pier Luigi Celli prima di diventare il direttore della Luiss, un’università privata di Roma, si è occupato della Rai. Lo scorso anno ha riacceso il dibattito pubblico sui giovani italiani grazie ad una lettera pubblicata da Repubblica. In quel documento come padre invitata il figlio ad abbandonare il paese. Scrive Celli: “Questo è un Paese



Pier Luigi Celli prima di diventare il direttore della Luiss, un’università privata di Roma, si è occupato della Rai. Lo scorso anno ha riacceso il dibattito pubblico sui giovani italiani grazie ad una lettera pubblicata da Repubblica. In quel documento come padre invitata il figlio ad abbandonare il paese. Scrive Celli:

“Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.

Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi”.

Ad un anno dalla pubblicazione di questa lettera Polisblog ha intervistato Pier Luigi Celli per capire se sono stati i politici a negare ai giovani il futuro. Prospettiva che per loro era ancora un diritto.

Lo scorso anno invitava suo figlio a lasciare l’Italia. Da quella lettera è nato un libro, “Generazione tradita”. Per i giovani è cambiato qualcosa negli ultimi mesi? 


Quella lettera rappresentava una provocazione. Il libro che ne è scaturito è stata un’articolazione e definizione della realtà che i giovani italiani si trovano ad affrontare. Negli ultimi tempi non siamo certamente stati testimoni di una rivoluzione, i giovani incontrano numerose difficoltà che non dovrebbero esistere. A partire dalle università, in un paese dove non si viene promossi per le competenze e per lo spirito d’innovazione, bensì, spesso,  per la capacità di assecondare le volontà dei propri capi. Tuttavia  auspico che i nostri giovani restino e contribuiscano ad un cambiamento strutturale che, mai come in questo momento, vedo necessario.

Nessun mass media tradizionale si è occupato della vicenda di Paola Caruso, la giornalista precaria del Corriere della Sera. Il mancato ricambio generazionale è causato solo dalla politica?

Il precariato è un grave fardello che pesa sui giovani, alimentato in via primaria dal basso turnover che esiste nelle realtà economiche italiane. La vicenda in questione riflette il disagio di una generazione che non riesce a trovare i suoi spazi. Dovrebbe essere compito delle generazioni “anziane” che sono al comando favorire l’ingresso di nuove forze nel mondo del lavoro, facendo sì che il valore aggiunto apportato sia adeguatamente apprezzato e remunerato, così come dovrebbe essere compito degli istituti di formazione approcciarsi al mercato in modo differente, favorendo programmi di mobilitazione e training specifico, piuttosto che somministrare una mera istruzione nozionistica.

Giorgia Meloni è il ministro della Gioventù dal 2008. Il suo dicastero ha fatto secondo lei qualcosa per i più giovani?  

Alcuni tra i progetti promossi dal ministero della gioventù rappresentano un segnale di apertura e di fiducia nelle capacità delle nuove generazioni. Lo stesso fatto che esista un ministero della gioventù dovrebbe far ben sperare; tuttavia credo che fino ad oggi gli sforzi politici non si siano tradotti in atti concreti e risolutivi a favore dei giovani. Sarebbe necessaria infatti un’azione di concerto, che muova sì dal settore politico, ma che coinvolga anche quello della formazione e dell’impresa.

Pierluigi Bersani è diventato segretario del Pd grazie ai voti delle persone più mature. La politica non interessa ai giovani? 


Al contrario. Molti giovani sono interessati alla politica, sebbene l’interesse non si traduca in fiducia nell’attuale classe politica. La percezione dei giovani è quella di una discrasia tra i proclami e le reali ripercussioni delle azioni politiche. Il dibattito politico ha assunto una connotazione astratta e distante dai problemi dei giovani, che non a caso preferirebbero di questi tempi un leader economico, che risolva concretamente le questioni a loro più care. Quello che è definito disinteresse è in realtà mancanza di fiducia.

Secondo lei Nichi Vendola può essere considerato giovane? 


E’ sicuramente un personaggio che fa presa sul  pubblico giovane, e le sue idee sono orientate a favorire i giovani in vari modi. Spero che, nel caso di successo, i buoni propositi alimentino altrettanto valide iniziative concrete. Mi ha fatto piacere, tra l’altro, che Lecce abbia ospitato una tappa del progetto Italia Camp, un concorso di idee al quale partecipano in misura predominante giovani studenti o laureati e che mira a dare un aiuto concreto all’imprenditorialità giovanile.

La politica cosa dovrebbe fare per i giovani?


In primo luogo spero che un giorno la politica sia fatta dai giovani, per il momento sarei felice se la politica si rendesse conto della valenza dei giovani, che rappresentano le nuove leve dell’economia, della società e della politica stessa. Detto questo, la classe politica dovrebbe puntare a rinnovarsi secondo i criteri della trasparenza e della meritocrazia, per riacquistare credibilità tra le classi più giovani.  E ricordarsi, qualche volta, che si occupano quei posti per tutelare interessi generali, e non solo di parte.

I Video di Blogo.it