Metropoli italiane e palla ovale (1)

Il rugby non riesce a sfondare nell’opinione pubblica e nell’informazione sportiva. Nonostante la crescita d’interesse che ruota intorno alla nazionale, a prescindere dai boom di ascolti per il 6 Nazioni e il momento di euforia iridata, è evidente come il rugby resti uno sport di serie B in Italia. Le cause sono tante. Sicuramente un

Il rugby non riesce a sfondare nell’opinione pubblica e nell’informazione sportiva. Nonostante la crescita d’interesse che ruota intorno alla nazionale, a prescindere dai boom di ascolti per il 6 Nazioni e il momento di euforia iridata, è evidente come il rugby resti uno sport di serie B in Italia. Le cause sono tante. Sicuramente un campionato non eccelso (nonostante il nome) è un gap enorme, così come la possibilità di vedere in tv il rugby solo avendo Sky. Ma il motivo forse preponderante riguarda il potenziale bacino d’utenza della palla ovale.

Tradizionalisti e nostalgici avranno le convulsioni leggendo quello che sto per scrivere, ma, sinceramente, non mi importa. Per chi vuol vedere il rugby crescere, per chi vuole che l’Italia sia all’altezza delle più importanti nazioni ovali, per chi crede che con il professionismo le cose siano cambiate, e debbano cambiare anche da noi, per costoro lo sport di nicchia non va bene.

E allora? Allora è bello e romantico vedere piccole realtà come Viadana o come Calvisano, o città dalla lunga tradizione ovale, come Rovigo e Padova, lottare per lo scudetto. Ma, messo da parte il cuore, è proprio qui che il problema nasce. Se si vuole che il rugby abbia visibilità, che venga considerato dagli organi d’informazione, che venga trasmesso in tv, che abbia maggior appeal economico, insomma, che diventi sport maggiore, serve un bacino d’utenza diverso! Quale? Quello delle metropoli, quello delle città che hanno pubblico e che possono far crescere un movimento. Nel prossimo post parlerò di cifre e numeri e del gap che ancora c’è tra il rugby e i cosiddetti sport maggiori.