L’Italia secondo il “New York Times”: deprimersi con una lettura, siamo una barzelletta

C’era da sospettarlo. Qui in Italia forse ci stiamo rendendo conto del fatto che siamo ridicoli, però fino a quando la figuraccia rimane in famiglia nessuno se ne preoccupa, tanto ci si fa forza a vicenda con una pacca sulla spalla: “Dai, siamo ridicoli, ma alla fine c’è chi sta peggio di noi. Che ce

C'era da sospettarlo. Qui in Italia forse ci stiamo rendendo conto del fatto che siamo ridicoli, però fino a quando la figuraccia rimane in famiglia nessuno se ne preoccupa, tanto ci si fa forza a vicenda con una pacca sulla spalla: "Dai, siamo ridicoli, ma alla fine c'è chi sta peggio di noi. Che ce vuoi fa'?".

All'estero però la pacca sulla spalla non ce la danno, anzi: l'economia statunitense ci sta dando delle belle spallate evitando di investire nel nostro Bel Paese, apprezzato all'estero solo per Laglio, con la sua bella vista, e per le viuzze di Roma che hanno quei bei gladiatori che tanto piacciono per la foto ricordo. Ah, c'è anche Firenze, è vero. Che stupidi. E Napoli? Che bel golfo. E Palermo? Uhhh, che mercatini.

C'è l'Arte e la Cultura. Sì, cè, ma gli italiani con gli anni l'hanno lasciata da parte a furia di pacche sulle spalle. L'arte è per i turisti, la cultura è roba vecchia. E' assolutamente deprimente per una persona con un minimo d'orgoglio, e non per forza nazionalista, pensare che all'estero siamo poco più di una barzelletta.

Per gli Stati Uniti siamo tutti vecchiette dell'era pre-internet, di quelle che stanno fuori dalla porta di casa con la sedia in vimini. Non lo siamo? Forse sì, se prendiamo l'affermazione per quello che è: siamo arretrati.

Siamo quelli con giovani politici di 50 anni, con i volti nuovi che fanno politica da trent'anni, quelli con un futuro governo che ha le mani in pasta con tuttta l'economia italiana (è "sua", e ce credo), siamo quelli con un Governo che si trascina pur di tenere il culo attaccato alla poltrona, siamo quelli delle morti bianche, degli scioperi dei tir incontrollati, delle caste che partono dalla politica e arrivano fino ai taxisti, degli Ordini senza senso, dei privilegi caduti dal cielo, dei Furbetti, della Mafia che è ancora nei corridoi della politica, delle raccomandazioni che sono una routine, del precariato senza regole, dei magistrati che non possono indagare, della stampa che "apre" con il freddo freddoloso o il caldo caloroso, delle tante veline di 12 anni, delle tette sempre in vista. 

Siamo questo, forse fieri di esserlo. O forse siamo incapaci di cambiare, e magari nemmeno per colpa nostra. A livello sociale il merito della disfatta lo abbiamo, a livello politico forse no. Come si può pretendere in un cambiamento quando tutto è arenato da anni intorno ai soliti noti?

Bè, allora buona lettura. E' questa la nostra Italia

 

Articolo del New York Times tratto dal post di Visti da Lontano.

"Tutto il mondo ama l'Italia perchè è antica ma ancora alla moda. Perchè si mangia e si beve bene ma raramente ingrassa o si ubriaca. Perchè è il luogo in un'Europa iperregolata dove la gente discute ancora con perfetta lucidità il significato del rosso al semaforo. Ma in questi giorni, nonostante l'adorazione dall'esterno e le sue forze innate, l'Italia sembra non amarsi": è questo il punto di partenza dell'inchiesta firmata da Ian Fisher che riconosce il malessere nella "insicurezza collettiva, economica, politica e sociale, riassunta da un recente sondaggio: gli Italiani nonostante ritengano di dominare l'arte di vivere, ritengono di essere il popolo meno felice dell'Europa Occidentale.

Le cause di tutto ciò sono da ricercare, secondo l'inchiesta, in "debolezze antiche" come la politica che divide, una crescita non equilibrata, il crimine organizzato e un senso limitato di appartenenza". 

"Lo stile di vita italiano low-tech può affascinare i turisti ma l'uso di Internet è tra i più bassi in Europa come i salari, gli investimenti esteri e la crescita mentre pensioni, debito pubblico ed il costo dell'apparato statale sono tra i più alti. Le ultime statistiche mostrano una nazione più vecchia e più povera" osserva Ian Fisher.

Un lungo paragrafo dell'inchiesta viene dedicato a Beppe Grillo "divenuto negli ultimi mesi l'impersonificazione del cattivo umore italiano". I suoi "basta" al'indirizzo della classe politica dimostrano "il legame tra i problemi del sistema politico italiano e lo stato d'animo in continuo peggioramento".

E la crisi si vede anche, secondo New York Times, nella difficoltà di "vendere il concetto di Italia": se da un lato "l'Italia non sembra all'altezza della sua grandezza" in molti campi come il cinema, la televisione, le arti, le letteratura e la musica ancora rimangono "simboli di stile e prestigio come Ferrari, Ducati, Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, Barolo".

In conclusione arriva il paragone con la Repubblica di Venezia: basata nella città più bella ma il cui dominio sui commerci con il Medio Oriente scomparve poco per volta per rimanere ora un'immagine eccezionale visitata da milioni di turisti. Se l'Italia non cambierà lo stesso destino gli potrebbe essere riservato: bloccata dalla grandezza passata, con gli anziani turisti come insicura fonte di sostentamento, la Florida d'Europa".