La meta più bella della storia

Argomento spinoso. Qual è stata la più bella meta nella storia del rugby? Certamente, sono moltissime le mete spettacolari, da lasciare senza fiato. Ma la maggior parte di queste sono frutto di un’intuizione del momento di un campione, della sua capacità di crearsi lo spazio per arrivare oltre alla fatidica meta. Ma il rugby resta

Argomento spinoso. Qual è stata la più bella meta nella storia del rugby? Certamente, sono moltissime le mete spettacolari, da lasciare senza fiato. Ma la maggior parte di queste sono frutto di un’intuizione del momento di un campione, della sua capacità di crearsi lo spazio per arrivare oltre alla fatidica meta. Ma il rugby resta un gioco di squadra. Il sostegno, la capacità di leggere il gioco del compagno, insomma, il gioco di squadra sono la vera essenza del rugby. Come il 27 gennaio 1973.

All’Arms Park di Cardiff, quando i Barbarians sfidarono gli All Blacks. Siamo al secondo minuto di gioco, l’azione è confusa e i neozelandesi calciano il pallone nei 22 metri avversari. E, a questo punto, ecco il capolavoro. Il pallone viene raccolto sulla linea dei dieci metri da Phil Bennett, spalle rivolte alla meta avversaria. Bennett si volta e, da solo, dribbla tre neozelandesi. La palla arriva a JPR Williams. Placcaggio alto, ma JPR riesce a liberarsi del pallone a favore di John Pullin. In difficoltà, l’inglese libera verso John Dawes che accelera. Il sostegno dei compagni è encomiabile, avrà almeno 5 o 6 giocatori alle sue spalle. Dawes supera un paio di All Blacks e passa all’interno il pallone a Tom David, alla sua prima apparizione con i Barbarians. Sempre con un grande sostegno, David supera la metà campo e, mentre viene placcato, passa con una sola mano il pallone a Derrick Quinnell. Gran passaggio. Ma non è finita qui. Sempre con tutta la squadra alle sue spalle, Quinnell gioca a una sola mano la palla all’esterno. Probabilmente il pallone non voleva essere per Edwards, più in dietro rispetto all’azione, ma per David Duckham. Ma Gareth Edwards è un fulmine, si infila tra compagni e avversari e afferra il pallone. Lo scatto è perentorio, il mediano di mischia gallese entra nei ventidue metri neozelandesi e continua a premere sull’acceleratore. Non ci sono più maglie nere tra lui e la meta. Edwards passeggia lungo la linea laterale, la sfiora e, infine, il tuffo in meta, e nella leggenda.

Parlando di questa meta Edwards disse: “Se vedessi l’azione senza sapere come va a finire, quando Phil raccoglie la palla nei nostri ventidue penserei: <Ora lo spiaccicano>”. Per fortuna di Bennett, Edwards si sarebbe sbagliato.

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