Per Meredith “violenza di gruppo”, il “New York Times” attacca la stampa italiana

Demonizzare la stampa italiana per i fatti di cronaca, e per la loro gestione, è come sparare sulla Croce Rossa. Non ci stupiamo quindi dell’attacco del New York Times affidato alla lettera di una ventenne americana che sta studiando a Bologna. Sophie Egan, la studentessa di Seattle iscritta alla Stanford University che sta trascorrendo un

Demonizzare la stampa italiana per i fatti di cronaca, e per la loro gestione, è come sparare sulla Croce Rossa. Non ci stupiamo quindi dell'attacco del New York Times affidato alla lettera di una ventenne americana che sta studiando a Bologna.

Sophie Egan, la studentessa di Seattle iscritta alla Stanford University che sta trascorrendo un semestre a Bologna, ha accusato la stampa italiana di aver demonizzato Amanda Knox. E' vero, ha ragione. Però anche lei è caduta nel pericoloso giochetto della generalizzazione, complice il New York Times. Ha parlato della cattiva luce che i quotidiani hanno gettato su tutti gli studenti americani in Italia. «All’inizio ero io a sentirmi poco sicura a Bologna, dove sto studiando», scrive la Egan, sottolineando che «in questa buia cittadina medioevale sono ambientati numerosi gialli italiani e persino un thriller di John Grisham».

Visto che qualcuno ha già pensato di risponderle, ovvero Beppe Severgnini, per una volta risparmiamo il ticchettio sui tasti e affidiamo a lui la replica. La replica trovate in fondo al post, prima però vi aggiorniamo sulle ultime importanti novità. Oggi è previsto l'arrivo di Rudy Guede, e già lo sapete, ma già da ieri, grazie alla pubblicazione del resoconto del Tribunale del Riesame, è affiorata una realtà che fino ad oggi era stata presa in considerazione e poi scartata.

Meredith Kercher fu uccisa al termine di una «violenza sessuale di gruppo. Vittima di uno o più aguzzini che senza pietà vinsero i suoi tentativi di resistenza». La sua morte fu causata da «un’azione combinata di più persone» che frequentava, ma ancora «non appare chiaro se lo sfondo sessuale rappresentasse l’obiettivo unico e ultimo dell’impresa». Così i giudici del tribunale del Riesame di Perugia confermano l’impianto dell’accusa e lasciano aperta la strada all’ipotesi dell’omicidio premeditato. Sulla scena del delitto «la cui ferocia lascia stupefatti», collocano tre persone: Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Hermann Guede. Smontano le loro bugie, «i falsi alibi». E poi sottolineano: «Nonostante la presenza di Rudy, Amanda e Raffaele non ne hanno fatto cenno, a testimonianza di un’intesa particolare che a salvaguardia degli interessi comuni potrebbe condurre a dichiarazioni di comodo ».

Qui sotto riportiamo la replica di Severgnini alla studentessa. Cosa ne pensate?

di Beppe Severgnini

Messaggio per Sophie Egan, secondo anno a Stanford, ora a Bologna: non preoccuparti. Sul "New York Times" hai scritto com'è difficile avere vent'anni, studiare in Italia e venire da Seattle: l'età, l'attività e la città di Amanda Knox, ora in carcere a Perugia, sospettata di avere ucciso un'amica inglese. Hai spiegato come siano brutali i giudizi, e frettolose le generalizzazioni: sugli USA, sui giovani americani, su Seattle (città magica, hai ragione).

Però, te ne sarai accorta, le stesse generalizzazioni sono arrivate su Perugia, sull'università italiana, sugli studenti fuori sede. L'ho scritto anch'io, proprio su questo giornale. Fidati, Sophie: decine di milioni di noi sanno distinguere tra una tragedia e una nazione, tra un episodio e una reputazione. Conosco gli italiani, anche perché sono uno di loro: se abbiamo un difetto, non è un cuore spietato, ma una mente sbadata. Chi sbaglia clamorosamente, in Italia, non rischia l'aggressione. Semmai, l'adulazione.

Sai una cosa? Potrebbe averlo capito anche Amanda. Non so se la tua coetanea e concittadina sia coinvolta in questa storia: di sicuro, sta facendo di tutto per sembrarlo. Mi ha colpito però una sua frase, pochi giorni fa: "Voglio restare a Perugia, e rifarmi una vita qui". E' curioso: chiunque vorrebbe lasciare per sempre un luogo tanto tragico, comunque finiscano le indagini e i processi. A meno che la ragazza abbia capito come l'Italia distribuisce fama ed onori: secondo la celebrità, indipendentemente da qualsiasi giudizio morale.

Non vi piace l'aggettivo "morale"? Mettiamola così, allora: in Italia manca quella Minima Decenza Nazionale (MDN) che impedisce a sospettati e condannati di diventare personalità osannate. La MDN è istintiva: non si può regolare per legge. Be', questo istinto – se mai l'abbiamo avuto – non funziona più. Se Amanda uscisse dal carcere – prosciolta o rinviata a giudizio: è irrilevante – l'aspetta una carriera da protagonista. Ha la fama, la faccia, la storia e l'età giusta. L'attenzione spasmodica che la circonda oggi – e che turba giustamente Sophie – diventerà celebrità. Sta a lei decidere cosa fare.

Ma, se volesse, l'opinione pubblica italiana è pronta a farne una star. Non sarebbe la prima volta che accade. Azouz racconta che, dopo la morte violenta di moglie e figlio a Erba, ha passato "i mesi più belli della sua vita", tra inviti, complimenti e sesso con persone importanti (quali?). Fabrizio Corona sfoggia i suoi comportamenti fiscali e giudiziari e gira l'Italia a caccia di microfoni. Intervistato da QN, spiega che ha progetti su Patrick Lumumba, arrrestato e poi rilasciato a Perugia: "Ho preso contatti perché è un personaggio interessante, che può sfondare".

Luciano Moggi, dopo aver rischiato d'affossare il calcio, lo commenta sui giornali e in TV. Giampiero Fiorani, incurante di quello che ha fatto alla sua banca e alla sua città, ha scelto la via hollywodiana: feste, foto e nessun pentimento. Dammi retta, Sophie, ventenne di Seattle. Non ti preoccupare del giudizio affrettato di qualcuno: è meno pericoloso dell'incoscienza di quasi tutti. E già che ci sei: dopo quest'articolo, cerca di non finire in TV.