Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Africa, stupri di massa in Congo: protesta delle vittime a Bukavu. “La capitale mondiale dello stupro”. È la poco lusinghiera definizione che le Nazioni Unite hanno attribuito al Congo. Al di là delle etichette, sono le cifre a parlare: 15.000 donne violentate nel Congo orientale lo scorso anno. Gli stupri sono perlopiù collegati all’allargamento della

Africa, stupri di massa in Congo: protesta delle vittime a Bukavu. “La capitale mondiale dello stupro”. È la poco lusinghiera definizione che le Nazioni Unite hanno attribuito al Congo. Al di là delle etichette, sono le cifre a parlare: 15.000 donne violentate nel Congo orientale lo scorso anno.

Gli stupri sono perlopiù collegati all’allargamento della zona di influenza di gruppi guerriglieri antigovernativi in zone considerate filogovernative, ma prive di adeguata protezione da parte dell’esercito e della polizia.

Lo scorso mese, un rapporto delle Nazioni Unite ha messo in luce come le forze di sicurezza congolesi siano state incapaci di prevenire un’ondata di stupri di massa nel corso dell’estate (circa 303 civili tra il 30 luglio e il 2 agosto nella regione di Walikale, provincia del Kivu settentrionale).

“Un ratto morto vale più del corpo di una donna”: è la frase shock che Margot Wallstrom, Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per le violenze sessuali nei conflitti, si è sentita pronunciare da una donna congolese nel corso di una sua recente indagine sugli stupri di massa nel paese.

Il vero punto è che in Congo lo stupro è utilizzato come un’arma di guerra: una mossa tattica giocata sulla pelle delle donne. Domenica le vittime hanno deciso di averne avuto abbastanza. Numerose donne, molte delle quali ancora degenti negli ospedali, sono scese nelle strade di Bukavu per esprimere la loro protesta.

La manifestazione è stata organizzata dalla World March of Women e da gruppi di donne locali. L’intenzione è quella di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e cercare di cambiare la situazione. “Crediamo che le donne non debbano essere prigioniere nelle loro case” ha dichiarato Celia Alldridge, una rappresentante della World March of Women, esprimendo la sua soddisfazione per la grande partecipazione alla marcia.

A chi fosse interessato ad approfondire la questione, si consiglia l’interessante reportage visibile in streaming sulla sezione delle news dall’Africa del sito della Cnn.

Medio Oriente: Afghanistan, prigioniero della Nato trovato morto in cella.
L’uomo era stato catturato da soldati dell’Isaf nel corso di un’operazione militare condotta lo scorso sabato. Il prigioniero è stato trovato morto il giorno successivo nella sua cella situata nella provincia di Kandahar.

Quello del trattamento dei prigionieri da parte delle forze Usa e Isaf è un tema caldo e molto sentito dalla popolazione afghana. Aveva fatto scandalo il caso, scoppiato nel 2002, di violenze compiute dai soldati americani nella prigione di Bagram, una base militare Usa a nord di Kabul.

La struttura di detenzione è stata sostituita quest’anno da un nuovo carcere, sempre ubicato nella base di Bagram, che dovrebbe rispondere a standard internazionali, almeno secondo le dichiarazioni degli Stati Uniti.

Sabato, un rapporto del think tank americano Open Society Foundations ha affermato che gli ex detenuti della prigione segreta Tor Jail (all’interno di Bagram, ma separata dal resto della struttura) raccontano di abusi da parte dei soldati Usa. Le accuse parlano di privazione della luce del giorno, di cibo e del divieto di visite da parte degli operatori della Croce Rossa.

Una portavoce per le operazioni di detenzione gestite dall’esercito degli Stati Uniti ha replicato che il trattamento dei prigionieri nella struttura risponde alle leggi Usa e internazionali e che il Comitato internazionale della Croce Rossa ne è a conoscenza.