La guerra Fini-Schifani e la riforma della legge elettorale

Ieri abbiamo assistito a un conflitto istituzionale davvero peculiare, e che rischia di aprire un capitolo nuovo nella controversa questione dei rapporti interni alla maggioranza, almeno dacché si è formato il gruppo Fli.Il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha scritto una missiva al suo corrispettivo del Senato Renato Schifani per chiedergli di trasferire alla Camera

di luca17


Ieri abbiamo assistito a un conflitto istituzionale davvero peculiare, e che rischia di aprire un capitolo nuovo nella controversa questione dei rapporti interni alla maggioranza, almeno dacché si è formato il gruppo Fli.

Il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha scritto una missiva al suo corrispettivo del Senato Renato Schifani per chiedergli di trasferire alla Camera i prodromi del dibattito sulla riforma della legge elettorale. Motivo apparente: esigenze di accelerazione nell’iter. Motivo reale puramente politico e d’immagine.

La risposta, più che ovvia, della seconda carica dello Stato è che non se ne parla neanche, visto che tutto è stato ormai predisposto e al Senato giacciono una ventina di proposte, tra cui quella firmata da Anna Finocchiaro (Pd). Piccata la reazione di Fini, che pur non dicendolo apertamente, sembra promettere ritorsioni di qualche genere sulla maggioranza.

Ma al di là di una questione che appassiona fino a un certo punto, vogliamo capire cosa non va nella legge elettorale vigente? È davvero così necessario cambiarla? Solitamente le posizioni dei singoli partiti su questo tema non tengono minimamente in conto “ciò che è giusto”, ma semplicemente “ciò che conviene”. A loro.

Da un’analisi meramente tecnica la legge presenta invece due sole lacune, in un’architettura tutto sommato buona e improntata alla governabilità garantita dal premio di maggioranza. La prima (discutibile) è la cancellazione del voto di preferenza, che consentiva agli elettori di scegliere il proprio candidato da una lunga lista introducendo un concetto di meritocrazia che a volte travalicava le classifiche stabilite dai partiti. Va anche detto però che favoriva paurosamente il voto di scambio, specialmente in talune aree del paese.

La seconda è la mancata assegnazione del premio di maggioranza su scala nazionale al Senato, così come avviene alla Camera. Questa è la vera stortura della legge, che però dipende squisitamente dalla Costituzione stessa, la quale prevede (art. 57) che il Senato sia eletto su base regionale. Se dunque si vuole cambiare il sistema elettorale si deve prima mettere mano alla Costituzione (processo lungo e difficile).