Ore 12 – Intanto Vendola va con i “duri” della Fiom. E il Pd torna a dividersi

Il clima politico è quello che è, tendenzialmente a tramontana, premessa di burrasche. Una lettera anonima con minacce al leader del Pd: “Bersani deve morire”. Un Berlusconi caliente ma mai domo, pronto ad azzerare i vertici del suo Pdl per rilanciarsi con i “Tea party”, rangers Made in Italy.. Un Di Pietro da Terza Internazionale

Il clima politico è quello che è, tendenzialmente a tramontana, premessa di burrasche.

Una lettera anonima con minacce al leader del Pd: “Bersani deve morire”. Un Berlusconi caliente ma mai domo, pronto ad azzerare i vertici del suo Pdl per rilanciarsi con i “Tea party”, rangers Made in Italy.. Un Di Pietro da Terza Internazionale sull’affaire Afghanistan. Un pezzo del Pd che spinge per una copertura politica alla Fiom-Cgil che strizza gli occhi ai “suoi” rivoluzionari lanciatori di uova e petardi contro la “nemica” Cisl.

E alla fine, da ieri, un popolo della sinistra che, abituato alle divisioni, saluta con hurrà liberatori il patto fra Bersani e Vendola, già … “controcorrente”, in piazza sabato con i duri della Fiom.

Quindi una alleanza, quest’ultima, non priva di rischi, nell’ottica della creazione di una alternativa a Berlusconi e al suo governo. Non sono pochi a masticare amaro, prevedendo uno scenario tipo 1994: progressisti su un fronte, destra con Berlusconi sulla sponda opposta, polo di centro nel mezzo. Chi ha vinto si sa. Chi vincerebbe, pure.

Insomma, si profila l’ombra di Achille Occhetto, con la disfatta della sua “macchina da guerra”. Il paventato Comitato nazionale di liberazione sa di flop. Anche perché non si possono tracciare alleanze senza sapere con quale legge elettorale si vota.

Perciò la critica a Bersani è chiara: giusto costruire una coalizione ampia, ma perché partire con Vendola primo anello, sbilanciando il “nuovo Ulivo” a sinistra? Così, privilegiando le alleanze ai contenuti, si torna alla vecchia Unione e la catena rischia di non saldarsi mai o, quanto meno, di smagliarsi al primo strappo.

Nel quartier generale del Nazareno (e nelle federazioni) si pensa soprattutto alla leadership, alle “mitiche” primarie. Berlusconi invece pensa a se stesso e a come prepararsi al voto dato per certo in primavera. Di solito, quando il Cavaliere pensa, poi agisce. E riempie le urne, non i gazebo. Di solito.