Scelti dai lettori: referendum e volontà popolare, il caso del nucleare

Eccoci, venerdì, giorno di rubrica scelti dai lettori. Dopo l’ultima puntata, in cui abbiamo scritto del terremoto in Abruzzo e della ricostruzione de L’Aquila, stavolta ci occupiamo di un tema apparentemente più astratto. I referendum in Italia, e il rispetto della volontà popolare in Italia. Come spesso accade, si potrebbero dedicare intere biblioteche a temi


Eccoci, venerdì, giorno di rubrica scelti dai lettori. Dopo l’ultima puntata, in cui abbiamo scritto del terremoto in Abruzzo e della ricostruzione de L’Aquila, stavolta ci occupiamo di un tema apparentemente più astratto. I referendum in Italia, e il rispetto della volontà popolare in Italia.

Come spesso accade, si potrebbero dedicare intere biblioteche a temi del genere: noi cercheremo di approfondire per quanto possibile quanto suggeritoci da white

i referendum popolari in italia…e quanto il parlamento sia costretto o meno a rispettarli

Vediamo tutto dopo il salto.

nucleare in italia

Lo strumento referendario per come lo conosciamo, affonda le sue radici nell’immediato dopoguerra. Con la consultazione che divise gli italiani in repubblicani e monarchici, democraticamente, ci fu il primo referendum istituzionale dell’Italia repubblicana. Era il 2 giugno 1946 e sapete come andò a finire.

Nel nostro paese però, sono molti i tipi di referendum: un referendum può essere

abrogativo di leggi e atti aventi forza di legge (art. 75) (…) sulle leggi costituzionali e di revisione costituzionale (art. 138), (…) riguardante la fusione di regioni esistenti o la creazione di nuove regioni (art. 132, c. 1), (…) riguardante il passaggio da una Regione ad un’altra di Province o Comuni (art. 132, c.2). Inoltre prevede, all’art. 123 c. 1, che gli statuti regionali regolino l’esercizio del referendum su leggi e provvedimenti amministrativi della regione.

Se volete approfondire dal punto di vista tecnico lo strumento referendario, potete farlo in questa ottima voce di wikipedia. Gli ho dato una scorsa e mi sembra piuttosto ben fatta.

Qui invece cerchiamo di rispondere al quesito di white: i referendum popolari, quanto vengono rispettati? Di primo acchito viene da rispondere “poco”. Analizzeremo un caso esemplare: il nucleare in Italia.

I referendum abrogativi del 1987 sancirono chiaramente (insomma, chiaramente: leggetevi bene il testo del quesito e vedrete che non è poi così palese la cosa) che gli italiani il nucleare non lo volevano.

Una decisione emotiva: l’anno prima il disastro di Chernobyl, qualche anno prima ancora l’incubo di Three Mile Island, insomma, non era un bel periodo per “l’atomo amico”, per nulla, davvero.

Su una sponda altrettanto emotiva qualche anno fa però si ricominciò a parlare di nucleare in Italia: è il governo Berlusconi a farlo, e annuncia più volte la costruzione di nuovi impianti – sostenendo un via libera ai cantieri entro tre anni.

Perché parlo di sponda emotiva anche per il ritorno al nucleare? Perché forse non ricordate, ma tra il 2005 e il 2008 i prezzi dell’energia si impennarono, soprattutto il prezzo del petrolio al barile. Panico! Investire sulle rinnovabili? Meglio di no: meglio investire nel nucleare.

Una faccenda gestita da Claudio Scajola, quando ancora gestiva il Ministero dello Sviluppo Economico: ora Scajola è sparito da qualche tempo e la patata bollente è passata nelle mani di Romani. E i tempi sembrano allungarsi, visto che quegli impianti, non li vuole nessuno.

Torniamo ora indietro al referendum del 1987, quello che decretò la fine del nucleare in Italia. Ecco il testo dei tre quesiti. Il primo:

“Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti? (la norma a cui si riferisce la domanda è quella riguardante “la procedura per la localizzazione delle centrali elettronucleari, la determinazione delle aree suscettibili di insediamento”, previste dal 13° comma dell’articolo unico legge 10/1/1983 n.8)”

Il secondo:

“Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone? (la norma a cui si riferisce la domanda è quella riguardante “l’erogazione di contributi a favore dei comuni e delle regioni sedi di centrali alimentate con combustibili diversi dagli idrocarburi”, previsti dai commi 1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12 della citata legge)”

ed ecco anche il terzo:

“Volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero? (questa norma è contenuta nella legge N.856 del 1973, che modificava l’articolo 1 della legge istitutiva dell’ENEL).”

Come andarono a finire? Un ottimo pezzo del Sole24ore del 2007 riassume con questa tabella:

tabella sole 24 ore nucleare

Da quel momento in poi il nucleare in Italia si fermò: ma leggete bene i testi dei quesiti. Vi sembrano “blindati”? Vi sembra che non possano essere aggirati anche piuttosto facilmente? Lo sono, lo sono: il governo Berlusconi infatti questo ha fatto. Aggirarli: in maniera legalissima per carità.

Se la consultazione referendaria ha avuto un certo esito, ha sancito una volontà popolare che andrebbe rispettata. O meglio, converrebbe rispettarla: ma solo fino a un certo punto.

Quando passano gli anni e si rimuove il ricordo del passato, rispettare quella volontà diventa un optional facilmente aggirabile. Anche perché, sfido chiunque di voi a trovare nelle righe di quei quesiti qualcosa come “L’Italia si impegna a non costruire mai più centrali nucleari”. Certo che non lo vedete: non c’è.

Vi ho portato questo esempio per mostrarvi come sia facilmente aggirabile quella “volontà popolare” che dovrebbe essere la forza dei referendum. Uno strumento democratico purtroppo decaduto, ormai morto.

Foto | Flickr