Dal Festival di Internazionale: La lectio magistralis di Robert Fisk, ovvero una lezione sulla vera arte del giornalismo

A pochi metri dal Teatro Comunale, dietro le transenne dei lavori in corso, c’è una statua di Gerolamo Savonarola e sul piedistallo su cui poggia i piedi, c’è un epitaffio che ricorda ai passanti che in tempi corrotti e servili, di vizi e di tiranni, fu flagellatore. Con gli opportuni accorgimenti del caso, una frase

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A pochi metri dal Teatro Comunale, dietro le transenne dei lavori in corso, c’è una statua di Gerolamo Savonarola e sul piedistallo su cui poggia i piedi, c’è un epitaffio che ricorda ai passanti che in tempi corrotti e servili, di vizi e di tiranni, fu flagellatore. Con gli opportuni accorgimenti del caso, una frase simile potrebbe trovarsi, io credo, come epigrafe di un qualsiasi libro di Robert Fisk.

Reporter inglese, inviato di guerra dai più drammatici angoli del Medioriente da oltre trent’anni, Fisk ha costruito la propria professionalità di reporter su un’etica ferrea, un codice morale, prima che professionale, che gli impone di assumere come punto di vista dei propri reportage lo sguardo dei più deboli, delle vittime piuttosto che dei carnefici e dei potenti.

“Se dovessi fare un reportage sulla tratta degli schiavi verso l’America, credete che dedicherei metà del mio articolo al punto di vista degli schiavisti? Se avessi dovuto scrivere dei campi di concentramento subito dopo la liberazione, credete che avrei intervistato qualche ufficiale sopravvissuto delle SS?” Sono domande che si rispondono da sole quelle che Fisk rivolge al pubblico del Teatro Comunale, domande retoriche che spiegano perfettamente il modus operandi di questo straordinario giornalista.

Ma basta aprire la maggior parte dei giornali occidentali, dal Times di Londra, al Washington Post, o basta anche solo assistere ad una qualsiasi edizione dei telegiornali italiani per capire che il suo, purtroppo, è un caso isolato nel panorama del giornalismo occidentale, un quarto potere ormai sempre più ancorato al Potere maiuscolo, quello dei governi e degli eserciti.

E dal palco del Comunale Fisk, da buon flagellatore dei tiranni e dei vizi dell’arte di fare giornalismo, falgella, colpisce duro e centra il punto. “Qualche giorno fa, su un treno americano ho rubato una copia del Washington Post – non comprerei mai quella spazzatura, ma l’ho trovato su un sedile e l’ho preso – e ho letto uno degli articoli dedicati alla guerra in Afganistan, curiosamente scritto da Washington – il miglior posto per documentare la tragedia afgana, non trovate? – e ho notato che sostanzialmente non c’era nulla di quell’articolo che fosse stato scritto dal giornalista, anzi, con quasi nessuna eccezione il pezzo era composto da frasi estratte dai comunicati dell’esercito. Beh, se l’autore di questo articolo fa il giornalista, di certo non facciamo lo stesso mestiere.”

Questo è solo il primo degli esempi che il reporter inglese cita per illustrare alla folta platea che gli pende dalle labbra cosa intende quando parla di “desemantizzazione della guerra”, una definizione che sottindende la menzogna e la disonestà intellettuale dei giornalisti che firmano quegli articoli, bieche e abiette marionette, pupi manovrate da un puparo che si chiama Potere e che lavora incessantemente alla demolizione del nostro punto di vista e, quindi, della nostra capacità di indignarci di fronte alle ingiustizie che ogni giorno perpetriamo indirettamente attraverso le nostre truppe inviate in mezzo mondo, truppe il cui numero in Medioriente, per esempio, ha superato da decenni il numero dei crociati che, quasi un migliaio di anni fa, assediava Gerusalemme.

di Andrea Coccia