La Storia sono loro: domande e risposte sulla P2

Concludiamo oggi il lungo racconto che abbiamo dedicato alla vicenda di Michele Sindona e dei suoi spregiudicati intrecci tra finanza, mafia, politica e P2. Abbiamo cercato di riassumere la vicenda in alcuni suoi tratti essenziali, consapevoli che libri ben più corposi di questi post hanno trattato nei dettagli l’intricata storia del banchiere siciliano. In ogni

Concludiamo oggi il lungo racconto che abbiamo dedicato alla vicenda di Michele Sindona e dei suoi spregiudicati intrecci tra finanza, mafia, politica e P2. Abbiamo cercato di riassumere la vicenda in alcuni suoi tratti essenziali, consapevoli che libri ben più corposi di questi post hanno trattato nei dettagli l’intricata storia del banchiere siciliano. In ogni caso, speriamo di avervi fornito i primi spunti per non dimenticare pagine buie e ancora non del tutto risolte della nostra storia.

“Illustre e caro Presidente, nel momento più difficile della mia vita sento il bisogno di rivolgermi direttamente a Lei per ringraziarla dei rinnovati sentimenti di stima che Ella ha recentemente manifestato, e per esporle, proprio in considerazione dell’interessamento che Lei ha mostrato alle mie note vicende …”

E’ l’esordio della lettera che Michele Sindona, latitante negli Stati Uniti, scrive al Presidente del Consiglio Giulio Andreotti il 28 settembre 1976, quando il crac del suo impero finanziario è ormai divenuto irrimediabile.

Cos’è che Sindona vuole esporre ad Andreotti nella sua missiva?
Semplice: la strategia per risollevare la sua situazione giuridica e finanziaria. Nella lettera di Sindona, le azioni da mettere in campo sono le seguenti: “contrastare l’estradizione voluta dai giudici sulla base di un pregiudizio di preconcetto e preordinata colpevolezza; esercitare una pressione sull’apparato giudiziario e amministrativo; sistemare gli affari bancari della Banca Privata Italiana contemporaneamente a quelli della Società Generale Immobiliare; chiudere la pagina di grave ingiustizia apertasi con la liquidazione coatta sì da dare tranquillità ai piccoli azionisti e al Banco di Roma che altrimenti resterebbe coinvolto; opporsi alla sentenza di insolvenza e premere per un positivo giudizio del tribunale amministrativo regionale che annulli il decreto di messa in liquidazione della Banca Privata Italiana.”

Insomma, una serie di richieste in cui Sindona auspica che Andreotti eserciti la propria autorità per salvarlo dal fallimento e dal carcere. Il finanziere siciliano suggerisce anche la strategia da seguire per mettere in atto l’auspicato salvataggio. “La mia difesa” scrive Sindona in conclusione della lettera “avrà due punti d’appoggio, come può immaginare, quello giuridico e quello politico”. Per quanto riguarda l’aspetto politico della vicenda, Sindona ritorna sulla tesi del complotto “di gruppi politici a Lei ben noti che mi hanno combattuto perché sapevano che combattendo me avrebbero danneggiato altri gruppi a cui avevo dato appoggi con tangibili e ufficiali interventi”

L’avvocato Guzzi, uno dei legali di Sindona, testimonierà davanti alla Commissione d’inchiesta sulla P2 di aver incontrato numerose volte Andreotti tra il 1978 e il 1980. Guzzi è una delle figure che, per conto di Sindona, sottopone di volta in volta a esponenti politici, dirigenti della Banca d’Italia e allo stesso commissario liquidatore Ambrosoli i progetti per il salvataggio delle banche del finanziere siciliano.

Guzzi testimonia anche che il leader democristiano si sarebbe interessato al ricorso presentato in Cassazione da Sindona per ottenere la revoca della dichiarazione di insolvenza della Banca Privata Italiana (ricorso poi respinto, nonostante la presenza di due magistrati affiliati alla P2 all’interno della Corte). Andreotti negherà di aver mai fatto pressioni sulla magistratura per aiutare Sindona.

Discutere del coinvolgimento di uomini delle istituzioni nell’intricata vicenda di Michele Sindona rischia di essere troppo complesso per queste pagine. E’ però un fatto che, all’epoca dei fatti, il Ministro dei lavori pubblici nel Governo Andreotti è il piduista Gaetano Stammati. Quest’ultimo, nel 1978, sottopone un progetto di salvataggio delle banche sindoniane al direttore generale della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, che lo boccia però come impraticabile.

E’ sempre un fatto che, nel maggio 1979, Andreotti viene interrogato come testimone dalla magistratura di Milano all’interno dell’istruttoria sulle minacce ricevute da Giorgio Ambrosoli. In una delle telefonate (che il commissario liquidatore aveva provveduto a registrare), l’anonimo latore delle minacce afferma che Andreotti avrebbe telefonato a Sindona a New York per informarlo che Ambrosoli non vuole collaborare alla sistemazione del caso. Ambrosoli, che nel corso degli anni aveva sempre respinto i vari progetti di salvataggio delle banche sindoniane, è oggetto di minacce dal dicembre del 1978: minacce che si concretizzeranno nella sua esecuzione da parte di un sicario mafioso la notte tra l’11 e il 12 luglio 1979.

Qual è il ruolo della P2 nella vicenda? Facciamo un passo indietro e torniamo al 1976. Nel dicembre di quell’anno Sindona si trova negli Stati Uniti e sulla sua testa pesa una richiesta di estradizione da parte della magistratura italiana. In risposta, i legali di Sindona presentano una memoria difensiva alla Corte distrettuale di New York a cui allegano nove affidavit: dichiarazioni scritte e giurate che, nella legislazione anglosassone, hanno valore probatorio. Le dichiarazioni sono firmate dal Licio Gelli, Carmelo Spagnuolo (P2), Edgardo Sogno (P2), Flavio Orlandi, John McCaffery, Philip Guarino (P2), Stefano Gullo e Anna Bonomi.

Nel suo affidavit, Licio Gelli ribadisce la tesi del complotto comunista per incastrare Sindona e scrive che in Italia “l’influenza dei comunisti è già giunta in certe aree del governo (particolarmente il ministero della Giustizia) dove, durante gli ultimi anni, c’è stato uno spostamento del centro verso l’estrema sinistra”. Il Venerabile dipinge Sindona come un perseguitato ripetutamente attaccato dai comunisti. “Egli è un bersaglio per loro ed è continuamente attaccato dalla stampa comunista. L’odio dei comunisti per Michele Sindona è dovuto al fatto che egli è un anti-comunista e che è sempre stato favorevole al sistema della libera impresa in un’Italia democratica.” Insomma, una povera vittima. Dello stesso tono la maggior parte degli altri affidavit, che martellano sul tasto della persecuzione politica e dell’impossibilità per Sindona di avere un giusto processo qualora venisse estradato in Italia.

Le dichiarazioni di Gelli e fratelli P2 serviranno solo a prendere tempo. Nel 1984 Sindona sarà estradato in Italia su richiesta del Tribunale di Milano per essere processato in merito all’omicidio di Giorgio Ambrosoli. L’anno successivo il banchiere siciliano sarà riconosciuto colpevole della bancarotta della Banca Privata Finanziaria e della Banca Unione e condannato a 15 anni di carcere. Il 18 marzo 1986 il Tribunale di Milano condannerà Sindona all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli.

Due giorni dopo il banchiere siciliano uscirà di scena: il 20 marzo, nel carcere di Voghera, Sindona muore dopo aver bevuto una tazzina di caffè corretta con cianuro di potassio. Ne segue un’inchiesta giudiziaria, che attribuisce la morte di Sindona a suicidio: una fine ingloriosa, che si aggiunge alla lunga lista di misteri che costellano la storia d’Italia.

Che conseguenze hanno l’ascesa e caduta di Sindona?
La parabola di Sindona ha comunque una funzione: quella di far scoppiare lo scandalo P2. Come vi abbiamo già raccontato nel primo episodio di questa rubrica, nel 1979 Sindona aveva tentato di sfuggire alla giustizia inscenando un finto rapimento: una grottesca messinscena durata circa tre mesi e orchestrata in combutta con la famiglia mafiosa Gambino e altri ambienti della malavita organizzata italo-americana, che tentavano di salvare i capitali che avevano affidato al banchiere.

Le indagini condotte dai magistrati Turone e Colombo in merito al finto rapimento di Sindona avevano portato, nel 1981, alla perquisizione dell’abitazione di Licio Gelli, il cui nome era già comparso nell’affidavit del 1976. Durante la perquisizione erano stati trovati quegli elenchi degli affiliati alla P2 che avrebbero fatto scoppiare lo scandalo e riveleto al Paese l’esistenza della Loggia segreta. Un cerchio si chiudeva e molti fatti venivano alla luce. Ma su queste e altre vicende legate alla P2 e ai suoi affiliati molto deve ancora essere scoperto.

“La Storia sono loro” sta per concludersi. Come già ribadito, non è nostra intenzione scrivere un’enciclopedia della P2, ma solo fornire alcuni spunti per capire vicende del passato e del presente. Nel prossimo post parleremo del Piano di Rinascita democratica: ovvero, come la P2 intendeva trasformare la società e le istituzioni italiane.