Dal Festival di Internazionale: Informazione e potere, l’anomalia italiana

L’Italia è un paese strano, paradossale, un paese anomalo da molteplici punti di vista. L’aspetto più profondamente anomalo riguarda la divisione dei poteri, base delle liberaldemocrazie occidentali dalla loro fondazione, ma principio che in Italia fa fatica a diventare prassi. Anche l’informazione, il quarto potere dopo il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, questo potere recente

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L’Italia è un paese strano, paradossale, un paese anomalo da molteplici punti di vista. L’aspetto più profondamente anomalo riguarda la divisione dei poteri, base delle liberaldemocrazie occidentali dalla loro fondazione, ma principio che in Italia fa fatica a diventare prassi. Anche l’informazione, il quarto potere dopo il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, questo potere recente come il Novecento, non è escluso da questa malattia, dall’essere cioè anomalo.

Proprio di questa anomalia hanno parlato quest’oggi, nel primo dei dibattiti che il Festival del Giornalismo organizzato da Internazionale ha in programma, un dibattito a cui hanno partecipato, ex poltrona, Antonio Padellaro, direttore della realtà giornalistica più interessante di quest’ultimo anno in Italia, il Fatto quotidiano, e tre corrispondenti esteri in Italia, Alexader Stille, Miguel Mora e Gerhard Mumelter.

Dal dialogo tra i quattro sono emersi alcuni dei più importanti e problematici nodi del giornalismo italiano, nodi complessi, per dirimere i quali è necessaria una dose di attenzione che solo i più complessi labirinti richiedono. Primo tra tutti l’Ossessione Berlusconi, quella strana e in parte giustificabile malattia che, come un tumore, ha riempito la quasi totalità della stampa italiana – televisiva, cartacea e digitale – mettendo fuori fuoco i reali problemi di questo paese, una irrimediabile e continua attenzione, quasi morbosa, per fatti marginali, per “piccole scaramucce di retroguardia”, come le avrebbe chiamate Franco Fortini.

Piccole scaramucce, certo, energia inutile spesa per seguire un baraccone, quella della politica italiana, che da anni assomiglia più a un circo o ad un teatrino dell’assurdo piuttosto che ad una vita politica sana e moderna. Ed è proprio questa anomalia, questa malattia strettamente dipendente dall’Anomalia per eccellenza del nostro paese, vale a dire quella commistione di poteri economici e politici rappresentata da Berlusconi e inconcepibile in qualsiasi paese “normale”, a creare nel pubblico, in quei 1500 – così si diceva un tempo – lettori di giornali una quasi definitiva e pericolosissima disaffezione al discorso politico che è probabilmente alla base del declino del nostro paese.

Come risolvere questa situazione? Di certo non è facile, come di certo non esiste una “cura” specifica, una pozione che al pari di quella che trasformava Asterix in un imbattibile guerriero, possa riportare un corpo malato come quello del giornalismo italiano alla salute che non solo merita, ma di cui il paese ha maledettamente bisogno.

E se Padellaro propone come via quella che sta percorrendo con il suo piccolo esercito di validi giornalisti nell’avventura del Fatto, vale a dire quella di un giornalismo senza padroni e senza sponsor, capace di tirare avanti esclusivamente grazie al suo pubblico – in un ritorno alle origini del giornalismo che non può che far bene alla professione – dal pubblico arrivano proposte che solo in Italia sembrano rivoluzionare, prima tra tutte quella dell’abolizione dell’Albo, retaggio di una cultura più corporativista che democratica.

Insomma, se gli interrogativi emersi quest’oggi sull’indipendenza del giornalismo dal potere sono tanto numerosi da renderne difficile l’enumerazione, le risposte, almeno per ora, sembrano latitare. Ma forse non serve andare a cercare molto lontano, forse la soluzione, come la lettera rubata di Poe, è già alla nostra portata, forse già tra le righe che state leggendo: la strada dei blog, della rete, l’unica realtà che, in questo mondo di collusioni di potere e di controllo dei mezzi di comunicazione, respira ancora l’aria fresca della libertà.

di Andrea Coccia