La vita di Giulio Andreotti: dalla costituente al processo per mafia

Dalla Consulta Nazionale fino alla Seconda Repubblica, passando per il Piano Solo, il compromesso storico, il rapimento di Aldo Moro, Tangentopoli, i processi per mafia, i duelli tra Prodi e Berlusconi. Il Divo Giulio è stato un protagonista indiscusso della storia repubblicana d’Italia.

Ripercorrere la vita di Giulio Andreotti (morto oggi all’età di 94 anni) è ripercorrere la vita della Repubblica Italiana, visto che “il Divo” le ha passate tutte: dalla Costituente al termine della Seconda Guerra Mondiale, all’omicidio di Aldo Moro, al bacio a Totò Riina fino ai processi per mafia. Il tutto condito dai suoi celebri aforismi (“il potere logora chi non ce l’ha”; “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”; “a pensare male si fa peccato ma spesso si indovina”) e proverbiale cinismo. Una figura fondamentale, nel bene e nel male, della storia repubblicana del nostro paese. Fondamentale e anche fondante, visto che Andreotti era presente – sembra incredibile a dirsi – nella Consulta Nazionale sorta dalle ceneri del fascismo nel 1945. All’età di 26 anni.

Andreotti nasce infatti a Roma il 14 gennaio 1919; anno che segna la nascita anche del fascismo e del Partito Popolare Italiano (“di tutti e tre sono rimasto solo io”). Negli anni dell’Università inizia a interessarsi alla politica, dirigendo il giornale degli universitari cattolici proprio mentre Aldo Moro diventa presidente della Federazione Universitari Cattolici Italiani. Ma è l’incontro con De Gasperi a cambiargli la vita: il fondatore della Democrazia Cristiana all’epoca lavorava nelle biblioteche vaticane come impiegato (un impiego necessario a causa della persecuzione fascista), incontra Andreotti e lo propone prima come membro della Consulta e poi favorisce la sua elezione all’Assemblea Costituente.

Il Divo Giulio entra così nelle stanze del potere italiano. E non le lascerà mai più (“la politica è una specie di macchina nella quale se uno entra non può più uscirne”). Fondamentale anche l’incontro con il futuro Papa Montini, che caldeggia la sua candidatura addirittura come sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel 1947; lasciando a bocca aperta tutti i vecchi della politica italiana che si vedono superati di corsa da un giovane gracile e affetto da costanti emicranie. Rimane sottosegretario per sette anni, sotto tutti i governi De Gasperi e il governo Pella, facendosi eleggere in Parlamento nella circoscrizione Roma-Latina-Viterbo-Frosinone che sarà la sua roccaforte fino agli anni ’90.

Nel 1954 è ministro per la prima volta, prima responsabile degli Interni e poi delle Finanze. Ma è da ministro della Difesa, nei primi anni ’60, che rimane coinvolto nel primo dei tanti scandali e polemiche legati al suo nome: è infatti in carico mentre il generale De Lorenzo tenta di portare a termine il famoso golpe del Piano Solo (secondo alcuni saltato proprio perché Andreotti si rifiuta di diventare premier del governo golpista), ed è sospettato di essere più o meno direttamente legato ai fascicoli in cui venivano schedati i politici italiani, fascicoli che furono fotocopiati e passati alla P2 di Licio Gelli.

Nel 1972 diventa presidente del Consiglio per la prima volta (ma dura solo un anno), per poi ricoprire nei governi Moro altri ruoli ministeriali, attraversando così da protagonista gli anni del compromesso storico di Berlinguer e del rapimento di proprio di Aldo Moro. ed è proprio Andreotti a essere scelto come primo Ministro per tentare l’esperimento del governo Dc-Pci che ottiene la fiducia lo stesso giorno in cui Aldo Moro viene sequestrato dalle Brigate Rosse nel 1978.

Negli anni ’80 è protagonista della scena politica come ministro degli Esteri: ruolo congeniale a una persona caratterizzata da una grande abilità diplomatica. Anni che passeranno alla storia come quelli del Caf: l’alleanza Dc-Psi sotto l’egida di Craxi-Andreotti-Forlani. Ma Tangentopoli si avvicina e con lei la fine della Prima Repubblica di cui Andreotti è stato l’indiscusso protagonista: nel ’91 Cossiga lo nomina senatore a vita; nel ’92 sfuma il piano per diventare presidente della Repubblica e coronare così la sua carriera anche a causa dell’omicidio del suo collaboratore Salvo Lima e mentre Giovanni Falcone muore nella strage di Capaci. A metà degli anni ’90 viene processato dalla procura di Perugia che lo accusa di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il direttore dell’Op, ucciso il 20 marzo 1979, mentre quella di Palermo lo accusa di essere colluso con la mafia.

Nel frattempo la Dc si scioglie, lui passa nel Ppi di Martinazzoli e poi nell’Udc. Intanto i processi per mafia vanno avanti, processi ai quali Andreotti partecipa sempre. Il 2 maggio 2003 è giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa dalla Corte d’Appello di Palermo, che lo assolve per i fatti successivi al 1980 e dichiara il non luogo a procedere per i fatti precedenti a quell’anno. Nell’ultimo grado di giudizio, viene confermata la sentenza di appello, in cui però viene posto l’accento sulla sua “concreta collaborazione” con esponenti di spicco di Cosa Nostra fino alla primavera del 1980. Il reato “ravvisabile” non era però più perseguibile per prescrizione.

Negli ultimi anni si ricorda la sua fiducia al secondo governo Prodi che aveva suscitato le ire della Casa delle Libertà, e la presidenza provvisoria del Senato. Lascia dietro di sé un archivio di 3.500 faldoni. Le sue memorie e le memorie d’Italia. “Quando Andreotti passerà a miglior vita sarà possibile togliergli la scatola nera dalla gobba e allora sapremo”, disse Beppe Grillo qualche tempo fa. Si vedrà.

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