Marchionne e la FIAT: sul ritorno della lotta di classe

Vi appassiona la vicenda Fiat – Pomigliano – Marchionne? A me, appassiona molto. Perché è emblematica di tante cose: per esempio di come l’Italia non sia più un Paese industriale, e poi soprattutto come i passi indietro, nel campo dei diritti dei lavoratori, non siano neanche passi, ma salti in lungo all’indietro. Ma soprattutto per

Vi appassiona la vicenda Fiat – Pomigliano – Marchionne? A me, appassiona molto. Perché è emblematica di tante cose: per esempio di come l’Italia non sia più un Paese industriale, e poi soprattutto come i passi indietro, nel campo dei diritti dei lavoratori, non siano neanche passi, ma salti in lungo all’indietro. Ma soprattutto per la consueta tecnica padronale nei momenti di difficoltà del: “Sono tuo amico! Usciamo insieme da questo pasticcetto!”. Ehhh?

In particolare stamane mi casca l’occhio su quanto spiegato ieri da Sergio Marchionne, ad Fiat, al Meeting di CL a Rimini

«A volte – ha poi commentato – penso che gli sforzi di Fiat in Italia non siano compresi. Non siamo più negli anni Sessanta, non c’è una lotta fra capitale e lavoro, fra padroni e operai. Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero non raggiungeremo mai niente. Ora c’è bisogno di uno sforzo collettivo, un patto sociale per condividere impegni, sacrifici e consentire al Paese di andare avanti. Una occasione per costruire il paese che lasceremo alle nuove generazioni»

Non siamo più negli anni settanta? Chiaro. Non c’è lotta tra capitale e lavoro e tra padroni e operai? Questa mi sembra già più dura da mandare giù. “Ma certo, amici operai: ancora un piccolo sacrificio, io “padrone” sono dalla vostra parte!”. Quand’è che l’ho già sentita? Ah sì: da sempre. E a Cipputi stava sempre per finire un ombrello nel posteriore…

I dati più recenti che ho trovato sulla distribuzione della ricchezza in Italia risalgono alla fine del 2009, li raccolse la Banca d’Italia con un questionario nel 2008. Qui i dati grezzi in pdf, qui sotto un commento di Riccardo Sanna, del dipartimento economico della CGIL

La vera ricchezza rimane nelle mani di pochi: solo 2 milioni 380mila famiglie italiane (il 10% del totale), infatti, posseggono il 44,5% della ricchezza netta complessiva, che ammonta a 3.686 miliardi di euro (su un totale di 8.284 miliardi), il che vuol dire mediamente 1.547.750 euro per ogni famiglia di quel 10% più ricco. Di contro, il 50% delle famiglie italiane (le più povere) che, sempre secondo Banca d’Italia, detengono appena il 9,8% della ricchezza netta complessiva, sono 11 milioni 908mila famiglie e posseggono mediamente 68.171 euro. La distanza tra le famiglie più ricche e quelle più povere perciò è pari a circa 1.480mila euro. Questa distanza paradossalmente contribuisce ad alzare la “media”, che si attesta a 137.956 euro di ricchezza netta familiare. La distanza tra questa “media” e la ricchezza detenuta dalle famiglie più ricche (10%) è di circa 1 milione e 200mila euro, mentre la forbice con le famiglie più povere è di quasi 280mila euro

Ci siamo col primo punto? In Italia c’è un macroscopico problema della distribuzione della ricchezza.

Vediamo: e questa ricchezza dove sta? Non credo nelle mani degli operai, bensì in quelle dei “padroni” cui Marchionne chiede di solidarizzare. Se no? Se no, sai qual è la novità? Che le macchine le facciamo costruire da un’altra parte, costa meno, ci sono meno sindacati, un ricatto dopo decenni di featuring Fiat – Stato. Ma tutto questo ha decisamente senso dal punto di vista della proprietà.

Non ne ha per gli operai, perché è un ricatto che si sente in qualunque azienda che affronta un periodo di difficoltà. Mi è capitato infinite volte di partecipare a riunioni con dirigenti che chiedevano idee, suggerimenti, aiuti, che imponevano di tirare la cinghia, con piani di rilancio mai arrivati.

Cipputi, non dargli retta: che poi l’ombrello, hai visto dove è sempre finito! Per cui non saremo di certo negli anni settanta, ma i padroni, restano i padroni, non sono amici. E magari un po’ di buona vecchia lotta di classe per qualche diritto in più sarebbe anche il caso di pensarla no? O ci piace perderne un pezzetto alla volta di quei diritti?

So da me la risposta: ci piace, per oscure ragioni masochistiche, perderne un pezzetto alla volta. Gad Lerner scrive oggi un lungo pezzo su Repubblica sul tema, qui sotto un breve estratto, qui la versione integrale

(…) “Non credo sia onesto usare il diritto di pochi per piegare il diritto di molti”, dice fra gli applausi della folla ciellina, antisciopero per indole genetica.

E’ come se quella sua maglietta stropicciata, non così dissimile dalla blusa celeste indossata dagli operai che lo seguono in diretta dal cancello di Melfi, e la fatica evidente nel suo sguardo di eterno viaggiatore trasandato, così diverso dagli altri damerini dell’establishment nostrano, pretendessero di colmare anche il divario del suo reddito, 435 volte più elevato del loro.

Ma la verità è che la neonata Fabbrica Italia neppure dal palco di Rimini è in grado di delineare un’evoluzione migliorativa della condizione operaia.

(…)

(dopo le lotte degli anni settanta, ndr) Gli operai incorsero poi nella sconfitta del 1980, seguita da un trentennio senza lotta di classe. Riesce difficile considerare inedita la pur sensata proposta che Marchionne ne ha fatto derivare, mostrando la diapositiva di un albero, la Fiat, germogliato su radici tricolori: “Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici”.

Ieri ad ascoltare in prima fila l’appello alla concordia del manager italo-canadese-statunitense c’era pure Giampaolo Pansa, che nel 1988 celebrò in un libro trionfale, con Cesare Romiti, la fine della lotta di classe alla Fiat. Neppure allora mancò la promessa di un “patto sociale”, stipulato sotto l’egida di Ciampi qualche anno dopo, e seguito dalle dimissioni di Bruno Trentin da segretario della Cgil. Ne scaturì un’ulteriore compressione del reddito operaio, senza peraltro riscuotere dagli industriali la contropartita degli investimenti pattuiti. Ciò non invalida la fondatezza della richiesta di Marchionne, ma spiega lo scetticismo che lo indispettisce, radicato in chi dovrebbe accoglierla.

(…) Piace sempre, al pubblico consenziente, l’idea che dare addosso agli oppositori ci nobiliti quali paladini del domani. Ma quante volte se lo sono già sentiti ripetere, i lavoratori dipendenti, dalle più diverse campane, che le rinunce odierne avrebbero generato benefici futuri, che la flessibilità concessa sarebbe stata a buon rendere, che i sacrifici sarebbero stati equamente ripartiti?

La crescita delle disuguaglianze e l’arricchimento spropositato dei manager sono rimasti tabù (…) “La verità è che l’unica area del mondo in cui l’insieme del sistema industriale e commerciale del Gruppo Fiat è in perdita è proprio l’Italia”.
La seconda: “La verità è che la Fiat è l’unica azienda disposta a investire 20 miliardi di euro in Italia, l’unica disposta a intervenire sulla debolezze di un sistema produttivo per trasformarlo in qualcosa che non abbia sempre bisogno di interventi d’emergenza”.

Due volte “la verità”, per ribadire un concetto ben conosciuto nella storia di questo paese: cioè la pretesa coincidenza fra gli interessi della Fiat e gli interessi della nazione. Il senno di poi ci raccomanda di sottoporre a esame critico tale assunto

Capito? Cipputi, occhio all’ombrello!