Convenzione per le riforme, Novelli: «E’ anticostituzionale»

Anche l’ex Sindaco di Torino espone tutta una serie di (ragionevolissimi) dubbi sull’idea dei saggi e di Enrico Letta.

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Anche Diego Novelli dice la sua a proposito della Convenzione per le Riforme – che, come abbiamo già avuto modo di mostrare, non è nient’altro che una riedizione della Bicamerale, con l’aggiunta del fatto che potrebbe anche essere composta da non parlamentari. Ovvero, da non eletti.

Novelli scrive un breve bezzo su Nuova società in cui afferma che la Convenzione per le riforme, così come è stata presentata, presenta profili di anticostituzionalità:

«Oggi nella “Convenzione” inventata dai saggi, scoperti da Napolitano, è prevista la partecipazione di esterni al Parlamento per l’elaborazione e la stesura definitiva della legge costituzionale.

Ma non basta: il testo contenente le revisioni scritto da questa “Convenzione” (sic) non potrà essere modificato dalle rispettive assemblee: prendere o lasciare.

Se mai così dovesse accadere, saremmo di fronte ad un vulnus gravissimo della nostra Costituzione che andrà impedito con la mobilitazione di tutti i cittadini democratici del nostro Paese».

Infatti, c’è un articolo della Costituzione, il 138, ricordato dallo stesso Novelli, che stabilisce chiaramente come debbano essere attuate eventuali riforme della Costituzione stessa.

    Articolo 138

    Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

    Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

    Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

Peraltro, il compito di fare proposte a proposito delle riforme costituzionali spetterebbe alle due Commissioni Permanenti per gli Affari Costituzionali del Senato o della Camera. Sono lì per quello, possono avvalersi di consulenze esterne e di tutti gli strumenti che sono consentiti alle Commissioni.

Non si vede perché, dunque, affidarsi a una nuova struttura, che peraltro potrebbe anche attingere a figure non democraticamente elette.

Novelli ne approfitta anche per criticare l’idea originaria della bicamerale e per lanciare una frecciatina a D’Alema, raccontando un aneddoto in forma dialogica proprio a proposito della bicamerale. Novelli non riesce a credere che D’Alema si presti. Lo mette in guardia, il pidiessino gli dice che ci vuole cultura di Governo, e il dialogo prosegue così, nel racconto di Novelli:

««Mi posso sbagliare – gli replicai – ma vedo solo due ipotesi: o sarai costretto a cedere sulle questioni della giustizia che interessano il Cavaliere oppure manderà tutto all’aria. Attento a non crederti troppo furbo».
«Cosa vuoi dire?», mi replicò stizzito.
«Attento a non fare la fine di Garibuja… quel furbone piemontese che per stare tranquillo da ladri, nascondeva i suoi soldi nelle tasche degli altri».
Come andò a finire è a tutti noto, ma almeno allora i membri della Commissione Bicamerale erano tutti parlamentari»

Come è finita è cosa nota, infatti. Perché si ritorna agli errori del passato?

(Foto: Futura)