Melfi. Pd e Pdl insieme contro la Fiat di Sergio Marchionne?

Anche l’Arcivescovo di Campobasso, Mons. Giancarlo Maria Bregantini, ha deciso di schierarsi in difesa dei tre operai della Fiat di Melfi, licenziati dall’azienda dopo aver preso parte ad uno sciopero. L’appello del prelato è diventato di pubblico dominio a pochi giorni dalla richiesta di attenzioni che i tre uomini hanno fatto al Presidente della Repubblica.


Anche l’Arcivescovo di Campobasso, Mons. Giancarlo Maria Bregantini, ha deciso di schierarsi in difesa dei tre operai della Fiat di Melfi, licenziati dall’azienda dopo aver preso parte ad uno sciopero.

L’appello del prelato è diventato di pubblico dominio a pochi giorni dalla richiesta di attenzioni che i tre uomini hanno fatto al Presidente della Repubblica. In una lettera pubblica i tre operai avevano chiesto a Giorgio Napolitano di interessarsi a quanto gli stava accadendo.

“Ci rivolgiamo – scrivono i tre uomini – a Lei, Presidente, perché richiami i protagonisti di questa vicenda al rispetto delle leggi.

Ci rivolgiamo a Lei, quale massima carica dello Stato e supremo garante della Costituzione per sottoporre alla sua attenzione una vicenda, la cui eco da diversi giorni ha raggiunto tutti gli organi della stampa nazionale, che non lede soltanto i nostri diritti di cittadini e di lavoratori ma colpisce direttamente i diritti collettivi e generali degli operai e dello stesso sindacato a cui siamo iscritti.

La decisione della Fiat Sata di non reintegrarci nel nostro posto di lavoro è una palese violazione dell’articolo 28 della legge 300 del 1970 e della norma penale da esso richiamata. In uno Stato di diritto non dovrebbe essere neppure consentito di dichiarare a tutti (stampa compresa) di voler disattendere un provvedimento legalmente impartito dall’autorità giudiziaria con ciò mostrando disprezzo per la Costituzione e per le leggi civili e penali del nostro ordinamento giuridico”.

Alla richiesta di aiuto delle tre persone, sempre attraverso una lettera, il Capo dello Stato ha risposto chiarendo che non è suo potere trovare una soluzione agli attriti che si sono venuti a creare tra l’azienda e alcuni dei suoi collaborati.

“Ho letto – scrive Giorgio Napolitano – con attenzione la lettera che avete voluto indirizzarmi e non posso che esprimere il mio profondo rammarico per la tensione creatasi alla FIAT SATA di Melfi in relazione ai licenziamenti che vi hanno colpito e, successivamente, alla mancata vostra reintegrazione nel posto di lavoro sulla base della decisione del Tribunale di Melfi.

Anche per quest’ultimo sviluppo della vicenda è chiamata a intervenire, su esplicita richiesta vostra e dei vostri legali, l’Autorità Giudiziaria: e ad essa non posso che rimettermi anch’io, proprio per rispetto di quelle regole dello Stato di diritto a cui voi vi richiamate”.

Il Presidente della Repubblica non è stato l’unico rappresentante delle istituzioni ad auspicarsi, in queste ore, la risoluzione del problema che si è registrato presso lo stabilimento Fiat di Melfi.

Favorevole al reintegro dei tre uomini, deciso dall’autorità giudiziaria, si è detto anche il Ministro dei Trasporti Altero Matteoli.

“Le sentenze – ha dichiarato l’esponente politico – vanno rispettate anche quando non fanno piacere. Se il nostro Paese è uno Stato di diritto non lo può essere a fasi alterne. Qui c’è una sentenza e la sentenza deve essere rispettata”.

Un parere analogo è stato espresso anche dal Ministro del Welfare Maurizio Sacconi che, oltre a ragionare pubblicamente sulla sentenza espressa a favore dei tre lavoratori, si è chiesto pubblicamente se siano ancora valide oggi le modalità di protesta che hanno contraddistinto i decenni precedenti.

“C’è – ha dichiarato l’esponente politico – un problema di relazioni industriali che è di Pomigliano e di altri stabilimenti. Come si garantisce un investimento? Mi chiedo se oggi è ancora possibile un picchetto, una minoranza che blocca l’ingresso di merci in fabbrica, che blocca una linea di produzione.

Mi domando se siamo usciti dal tempo in cui una minoranza può bloccare le produzione e disincentivare un investimento. Le forme di sabotaggio anni ’70 sono ancora più antistoriche di ieri”.

Silvio Berlusconi, malgrado le posizioni prese da parte dell’esecutivo e il proprio passato da imprenditore, ha preferito non pronunciarsi su quanto sta accadendo a Melfi percependo, forse, che la vicenda interessa solo gli esponenti politici meno importanti.

Il Segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, malgrado il diretto interesse che avrebbe su quanto sta accadendo in provincia di Potenza (il Presidente della Regione Basilicata è stato infatti eletto in quota Pd) nelle ultime settimane non si è schierato né a favore dei tre operai né tanto meno dell’azienda.

Il silenzio di uno degli esponenti dell’opposizione è stato, in qualche modo, evaso dallo stesso presidente della Regione Basilicata Vito De Filippo che in un comunicato stampa ha sottolineato che il suo ruolo di mediazione tra l’azienda e i tre operai è messo a rischio dalla stessa Fiat che non accogliendo il reintegro dei tre operai viola dei diritti.

Il contenzioso che si sarebbe venuto a creare tra l’azienda e i suoi collaboratori, ha sottolineato Michele Napoli (consigliere regionale in quota Pdl), non dovrebbe comunque mutare il ruolo di mediatore del Presidente della Regione.

“Al di là delle sentenze – ha dichiarato l’esponente politico – non va sottaciuto che si è al cospetto di un’azienda che ha ottenuto in Basilicata notevoli vantaggi economici per realizzare uno degli stabilimenti più evoluti a livello europeo.

Tuttavia alla modernità dello stabilimento Sata di Melfi, non sempre corrisponde un’altrettanta modernità nella gestione dei rapporti con le maestranze. In questa fase di stallo riteniamo fondamentale il ruolo del Governo regionale quanto meno per favorire ogni forma di dialogo che sembra essersi interrotto”.

Per capire se tale confronto sia stato effettivamente messo a rischio dalla posizione ferrea di entrambe le parti bisognerà aspettare il prossimo 6 ottobre. Per quella data è stata fissata l’udienza durante la quale l’azienda, come fatto intendere attraverso una nota ufficiale, proverà a dimostrare che il comportamento tenuto dai tre scioperanti fu un volontario e prolungato illegittimo blocco della produzione e non esercizio del diritto di sciopero.