PD, solito caos: chi dopo Bersani? Renzi attende. D’Alema “imperatore”?

Basta un raggio di sole che il Partito Democratico si riaccende con le sue polemiche interne e le sue divisioni. Non gli basta mai, al pidì: nei suoi infiniti alti (pochi) e bassi (molti) il comune denominatore è lo stesso, farsi del male sempre e comunque.

Nella nostra storia repubblicana non c’è mai stata una forza politica così votata all’autolesionismo. Arrivano e vanno (più o meno costretti a fuggire) nuovi segretari, ma la musica non cambia, in una accozzaglia di prepotentelli incarogniti, vera e propria armata brancaleone. Si può ben capire lo scoramento della base e dei propri elettori, anche perché il PD ha l’esclusiva nella (ripetuta) resurrezione politica di Silvio Berlusconi.

Il Pd dall’amalgama non riuscita, in questo senso, non ha nulla del PCI (aperto nel confronto ma inquadrato quasi militarmente nelle decisioni dal centralismo democratico), non ha nulla della DC (slabbrata nel gioco correntizio ma unita come una falange nel suo anticomunismo e nella concezione del potere come missione e come servizio), non ha nulla del PSI (prima di Craxi una gruviera, poi porto di mare però con un unico faro e un unico manovratore a mettere tutti in riga).

Chiusa ingloriosamente l’era Bersani, nel PD è oggi caccia al trono vacante con uno scontro aperto e sotterraneo, al centro come in periferia, per il successore dello “smacchiato” Pierluigi. Il braccio di ferro è fra chi punta su una soluzione ponte, con un “reggente”, e chi invece sull’ uomo “forte”, quindi subito un segretario non di passaggio. Il nodo centrale resta quello dell’identità, di quale partito, quali alleanze. Le anime ex comuniste ed ex democristiane si smarcano, si rincorrono, si mischiano, si azzannano, in un vortice senza fine, spossante fino all’autodistruzione.

L’abbraccio con Berlusconi per il governo di larghe intese imposto da Napolitano brucia come il fuoco di Sant’Antonio e base ed elettorato non ne vogliono sapere di accettare quel che ritengono il più gran regalo fatto al Cav. I nomi ballano da una riunione all’altra: Cuperlo, Zingaretti, Epifani, Speranza. Ma nel PD c’è bisogno di una scossa, da terremoto.

Matteo Renzi usa la tattica cinese, aspettando cheto (si fa per dire) i … “cadaveri” dei contendenti scendere lungo il fiume. Il “rottamatore”, abile nel lanciare frecciate e nel duello agli Orazi e Curiazi fatica invece nella strategia di lungo corso, incapace fin ora di raccogliere il gran lavoro di semina.

Sornione, Massimo D’Alema assiste, cioè tende tutti i fili per far ballare – al momento opportuno – le marionette, a suo comando. Mal che vada, “Baffino” avrà uno dei suoi sulla tolda di comando. Ma non è da escludere – se chiamato a furor di popolo – anche un suo ritorno come “re”. Il problema è che il “lider Maximo” vuol diventare “imperatore”.