Berlusconi contro i “formalismi costituzionali”: qualche precisazione

Lo spettro della crisi di governo incombe sull’attuale maggioranza. Ieri il Presidente del Consiglio ha dichiarato che non ci sarebbero alternative all’esecutivo in carica, se non le elezioni: “Chi dice il contrario – ha aggiunto –, invocando magari dei formalismi costituzionali sa bene, benissimo, di dire una falsità”.Ed ancora ha commentato polemicamente: “E’ davvero singolare


Lo spettro della crisi di governo incombe sull’attuale maggioranza. Ieri il Presidente del Consiglio ha dichiarato che non ci sarebbero alternative all’esecutivo in carica, se non le elezioni: “Chi dice il contrario – ha aggiunto –, invocando magari dei formalismi costituzionali sa bene, benissimo, di dire una falsità”.

Ed ancora ha commentato polemicamente: “E’ davvero singolare che a credere nella sovranità del popolo e nel rispetto della democrazia sia il premier, cioè il sottoscritto, che tante volte è stato indicato dalla sinistra come un dittatore, ed è anche davvero paradossale che chi a sinistra si è sempre professato paladino della democrazia, oggi tema come una catastrofe il giudizio popolare. Un timore questo che, purtroppo, sembra diffuso non soltanto a sinistra”.

Ad essere del tutto falsa, stando almeno al dettato della Carta repubblicana e alle vigenti convenzioni costituzionali, è, invece, proprio la visione proposta dal Presidente del Consiglio. Vediamo perché.

Quelli di cui si discorre, innanzitutto, non sono vuoti “formalismi costituzionali”, ma le regole basilari che disciplinano il gioco democratico. Il Cavaliere continua a confondere la “forma” (che è la sola garanzia dei diritti delle minoranze) con il “formalismo”, dimenticando che proprio l’art. 1, comma 2, della nostra Legge fondamentale prevede sì che la sovranità appartiene al popolo, ma anche che questi la può esercitare soltanto nelle forme e nei limiti della Costituzione.

In ciò risiede la fondamentale differenza tra la nostra democrazia (per l’appunto costituzionale), rispettosa del pluralismo in tutte le sue manifestazioni, e le forme degeneri di democrazia totalitaria, nelle quali viene idolatrata la volontà di una maggioranza tirannica.

Ma vediamo quali sono le forme e i limiti da rispettare nel caso di specie. Ebbene, in riferimento all’ipotesi della crisi di governo la Carta repubblicana contiene solo poche norme sintetiche: innanzitutto, l’art. 94, il cui primo comma prevede semplicemente che “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”.

La fiducia può essere revocata, secondo quanto stabilisce il secondo comma dello stesso articolo, “mediante mozione motivata e votata per appello nominale”. Tale mozione deve essere firmata “da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione” (comma 5). In ogni caso, come stabilisce lo stesso art. 94, comma 4, “Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni”.

Non esiste una norma costituzionale scritta secondo cui dopo la sfiducia al Governo in carica si debba necessariamente andare alle urne. A ciò si aggiunga che l’art. 67 della Costituzione prevede che ciascun parlamentare “esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Il che significa che, anche nel caso in cui il parlamentare “tradisca” la volontà dei suoi elettori cambiando schieramento o rendendosi complice di un cosiddetto “ribaltone”, non è possibile in alcun modo revocargli il mandato elettorale.

D’altro canto, è anche vero che le norme costituzionali evocate non sono sufficienti ad orientare la dinamica politico-istituzionale in fasi problematiche come quella che stiamo vivendo. Com’è noto, le regole scritte che disciplinano la forma di governo sono integrate da una serie di regole non scritte, consuetudinarie e convenzionali.

Il punto è che non esiste nemmeno una regola convenzionale che obblighi il Presidente della Repubblica, in caso di crisi di governo, a sciogliere le Camere e ad indire le elezioni, senza aver prima verificato la possibilità di formare una nuova maggioranza di governo. I precedenti, infatti, orientano in modo univoco verso un’altra direzione.

Nella XII e nella XIII legislatura si verificarono rotture delle coalizioni elettorali di maggioranza analoghe a quella che si sta registrando in questi giorni. Caduti il primo Governo Berlusconi (nel corso della XII legislatura) e il primo Governo Prodi (nel corso della XIII legislatura), le crisi furono risolte sempre nello stesso modo: con la formazione di un Governo sostenuto da una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne (nel primo caso si formò il Governo Dini, nel secondo il Governo D’Alema).

Ma anche quando, più di recente, nel corso della XV legislatura, è caduto il secondo Governo Prodi, il Presidente della Repubblica, in prima battuta, ha verificato la possibilità di dare vita ad un nuovo Governo senza andare alle urne, affidando un mandato esplorativo all’allora Presidente del Senato Franco Marini. Quel tentativo, com’è a tutti noto, è fallito, ma la regola convenzionale è stata rispettata.

In conclusione, non esistono norme costituzionali scritte o non scritte che impongano l’immediato rinvio alle urne in caso di caduta del Governo: piuttosto, esiste una regola convenzionale che prescrive esattamente il contrario, ovverosia che il Capo dello Stato, prima di procedere allo scioglimento delle Camere, deve accertare se si possa formare un nuovo Governo, anche retto da una maggioranza diversa da quella che ha vinto le elezioni.

Se il Presidente Berlusconi tiene tanto al rispetto della volontà popolare e dei principi della democrazia, perché invece non promuove una revisione della legge elettorale vigente, approvata sotto il suo precedente Governo e definita dall’on. Calderoli, “padre” della stessa, un’autentica “porcata”?

Foto | Flickr

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