Scelti dai lettori: Gianfranco Fini, da Almirante a Berlusconi

Continua la nostra rubrica scelti dai lettori, che per le prossime due settimane andrà in vacanza e tornerà a fine mese. Di chi ci occupiamo oggi? Del protagonista di questi giorni, Gianfranco Fini. Il suggerimento ci è arrivato da Alcor, non era male anche il consiglio di perplessa di fare un po’ di divulgazione su


Continua la nostra rubrica scelti dai lettori, che per le prossime due settimane andrà in vacanza e tornerà a fine mese. Di chi ci occupiamo oggi? Del protagonista di questi giorni, Gianfranco Fini. Il suggerimento ci è arrivato da Alcor, non era male anche il consiglio di perplessa di fare un po’ di divulgazione su tutti quei termini tecnici che si leggono in questi giorni.

Dalla mozione di sfiducia, al governo tecnico, e tutto quel politichese che sentiamo e che fa molto prima Repubblica. Ma per ora terremo questa idea in stand-by, vedrete che a settembre avremo modo di parlarne. Oggi parliamo però dell’unico uomo, da Bossi nel 1994 a oggi, che abbia fatto scricchiolare l’egemonia berlusconiana e farne tremare dall’interno le fondamenta.

Naturalmente sto parlando di Gianfranco Fini…

fini futuro e libertà

Qual è vostro primo ricordo di Gianfranco Fini? Fino a dove ritorna la vostra memoria, fino a dove riesce ad arrivare indietro senza consultare un archivio? Forse al primo incrocio storico tra lui e Berlusconi, alle comunali di Roma del 1993:

L’idillio comincia con il ’93, alle elezioni comunali di Roma. Fini, ancora segretario del Msi, si candida contro Rutelli e ottiene l’appoggio del Cavaliere. Fini perde, ma incassa lo ”sdoganamento”. La destra esce dal ghetto

Gli sfidanti erano Francesco Rutelli e Gianfranco Fini: l’endorsement di Berlusconi, ancora lontano dal palcoscenico della politica riempì le prime pagine dei giornali. Ma erano altri tempi: Fini era allora un residuato parafascista.

almirante fini gasparriPer chi aveva qualche annetto, Fini non poteva non essere associato ad Almirante, segretario del MSI di cui era stato delfino per anni, ed essere associati a Giorgio Almirante, diciassette anni fa, era giustamente come avere la peste.

Almirante era stato il fondatore – insieme a repubblichini ed ex fascisti – del MSI. Il partito più vicino a quello fascista sorto nel dopoguerra e non scrostato dal Parlamento malgrado un’evidente apologia di fascismo.

Oggi siamo messi così male che anche quei personaggi ci sembrano giganti, ma è un’altra storia. Perché non lo erano: il MSI era un partito parafascista, orgogliosamente parafascista. Oggi il “tanto peggio, tanto meglio” arriva anche a questo.

Da una scissione interna al MSI negli anni cinquanta, nacque la versione 1.0 di Ordine Nuovo. E dalla versione 2.0 di Ordine Nuovo alla “strategia della tensione” alle bombe da centinaia di morti, il passo è decisamente breve. Quello era il milieu, quella era la coltura batterica in cui stava germinando un fascismo nuovo.

Fini era cresciuto non poi così lontano da quell’ambiente: non certo quello della strategia della tensione, ma della galassia neofascista degli anni anni settanta. Ma va detto che per voce dello stesso Almirante, era l’unico a poter portare il MSI avanti, senza nostalgie per il passato, anzi staccandosene decisamente. Fini fu il successore di Almirante alla segreteria del partito.

Dì in poi, iniziò un processo di lavaggio, di purificazione: il MSI – Destra Nazionale doveva evolversi. La svolta di Fiuggi del 1995, quando scompare il MSI e nasce Alleanza Nazionale, rientra proprio in questo piano.

Quella svolta costò qualche mal di pancia nel partito, ma niente in confronto a quando Fini definì il fascismo “male assoluto”. Un pezzo di Edmondo Berselli – uno che ci manca come acqua del deserto – del 2003, racconta tutto egregiamente:

In Israele, Gianfranco Fini ha compiuto una rivoluzione storica, politica e ideologica con una manciata di dichiarazioni pubbliche. Infami le leggi razziali, vergognosa la pagina di Salò, e addio a Mussolini come massimo statista del XX secolo. (…) Aveva calcolato che l’ala ministerialista dei Gasparri e dei La Russa condivide la sua disponibilità a barattare gli elettori di ieri con i voti di domani (…) con la sua iniziativa Fini ha svelato che la mitizzata svolta di Fiuggi del 1995 rappresentava una rifondazione molto parziale. E che il cuore nero di An non aveva mai smesso di battere in sincrono con il suo passato (…) Il successo personale di Fini rendeva possibile un patteggiamento continuo con la storia e l’identità (…) Dopo ogni strappo o strappetto, il primo giorno il partito si adira; all’indomani il partito si adegua, e poco dopo si convince (…) Se ce la fa, Fini è davvero, se non un genio, almeno un grande talento pokeristico della politica italiana: e a quel punto non ci sono troppi limiti alle sue ambizioni centriste, salvo la presenza di Berlusconi

profetico Berselli, in anticipo sette anni sugli attuali alleati di Futuro e Libertà, cioè i centristi dell’API. “Il partito si adira, il partito si adegua, il partito si convince”. Il partito perde qualche pezzo per strada, ma è ciarpame, sono rami secchi da tagliare.

Poi arriva l’alleanza con Berlusconi, qui sotto una mirabile prima pagina del Manifesto del 2008 la raffigura icasticamente.

finiberlumanif

Chi avrebbe pensato che sarebbe finita così, come abbiamo visto in queste settimane? Ve lo dico io: tanti l’avrebbero detto. Perché quello nato dal “discorso del predellino”, era un partito le cui premesse erano buone, ma non sono state mantenute per vari motivi.

Un’intervista a Domenico Fisichella, ex Presidente di AN e storico deus ex machina della svolta di Fiuggi, uscita sul Corriere del 3 agosto scorso, vi riassume tutto con efficacia e schiettezza:

La stretta di mano di Berlusconi del 93, davvero fu quella a sdoganare Fini?
«Ma no. Le cose nacquero prima. Per le amministrative di Roma ci furono colloqui coi democristiani, per fare confluire i nostri voti sul loro candidato al secondo turno. Mancino trattava, Martinazzoli disse di no».
Cosa li ha tenuti insieme (Berlusconi e Fini, ndr)?
«Il successo, un grande collante politico. Ma le due personalità sono troppo diverse. Berlusconi ha questa logica da magnate, vede tutti come suoi collaboratori».
E Fini?
«Gianfranco è abituato a dover giostrare con i suoi coetanei e sodali»
Pare che Fini non fosse contento quando, nel Parlamento europeo, da ministro degli Esteri, si trovò accanto a Berlusconi che si produceva nel famoso numero sul kapò …
«Sì, quel momento ha pesato. Fini è molto attento alle procedure. Berlusconi non si rende conto dell’ambiente in cui parla e delle cose che gli escono di bocca, con gravi ricadute sulla nostra credibilità internazionale».
Il Predellino è stato lo strappo finale.
«In un sistema politico organizzato è un’anomalia. Va bene il carisma, ma c’è un momento che il carisma deve farsi istituzione. Invece il carisma berlusconiano non recede mai e non prevede mai neanche una successione».
Sedici anni così, è stata dura per Pini…
«Senza mai una sicurezza. Per questo investiva nel partito. Ma il Predellino gli ha tolto anche il partito».
Chi rischia di più?
«Rischi ne corrono tutti e due. Ma mi chiedo se a conti fatti Gianfranco non li abbia valutati meglio di Berlusconi»

Il Potere è sempre il collante migliore, non c’è niente da fare. Il problema, è quando lo perdi.