Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Aggiornamento ore 12.30: scontri al confine tra Israele e Libano. La notizia è stata data da Al Jazeera e conferma in modo drammatico le parole del Presidente siriano Assad, che vi riportavamo nemmeno un’ora fa. L’emittente araba riferisce di un lancio di razzi e sparatorie nel corso della mattinata lungo la linea del confine tra

Aggiornamento ore 12.30: scontri al confine tra Israele e Libano. La notizia è stata data da Al Jazeera e conferma in modo drammatico le parole del Presidente siriano Assad, che vi riportavamo nemmeno un’ora fa.

L’emittente araba riferisce di un lancio di razzi e sparatorie nel corso della mattinata lungo la linea del confine tra i due Stati. Il bilancio attuale è di due feriti tra i libanesi (un civile e un soldato). Non è chiara la dinamica che ha innescato lo scontro, tutt’ora in corso secondo fonti israeliane. Sono state udite esplosioni lungo il confine. Secondo la radio israeliana indicherebbero un possibile attacco con razzi sul nord di Israele

Siria, Assad: “Cresce il rischio di una guerra in Medio Oriente” Viene da chiedersi se sia un auspicio. Il Presidente siriano è nuovamente tornato sul rischio di un conflitto in Medio Oriente, dopo analoghe dichiarazioni tenute negli ultimi mesi e di cui vi abbiamo parlato su queste pagine.

“Lo spettro di una pace vera nella regione sta svanendo e l’eventualità di una guerra sta crescendo” ha affermato domenica in una dichiarazione rivolta all’esercito siriano. Assad è inoltre tornato sull’annosa questione delle alture del Golan (conquistate da Israele nel 1967), ponendone la restituzione come una condizione necessaria per la ripresa di colloqui di pace.

I rischi di un nuovo conflitto, effettivamente, sono reali. Da mesi Israele e il gruppo islamista libanese Hezbollah sono ai ferri corti. Dopo la guerra del 2006, che aveva devastato Beirut e provocato il conseguente intervento delle truppe di pace dell’Unifil, Hezbollah aveva parzialmente mitigato il suo oltranzismo verso lo Stato ebraico. Complice anche il fatto che il “partito di dio” siede nel parlamento libanese con due deputati e cerca ormai di accreditarsi davanti all’opinione pubblica nazionale e internazionale come una forza politica responsabile.

Tuttavia, negli ultimi mesi, la tensione tra i due è cresciuta, seppure solo a parole e con un grande abuso di retorica da entrambe la parti. Il caso dei fantomatici missili scud, che la Siria avrebbe venduto ad Hezbollah secondo le accuse di Tel Aviv, ha contribuito a rinfocolare la tensione rimbalzando sulle pagine dei principali giornali internazionali lo scorso aprile.

L’International Crisis Group, un’organizzazione non governativa presieduta da Louis Arbour, ex alto commissario Onu per i diritti umani, ha pubblicato ieri un nuovo rapporto in cui mette in guardia dal rischio di una nuova crisi nel sud del Libano, definito con un ossimoro “straordinariamente calmo e unicamente pericoloso”. Secondo il rapporto, una nuova guerra nella regione avrebbe conseguenze molto più devastanti per il Libano, con sempre maggiori possibilità di un coinvolgimento della Siria.

Tuttavia, il rapporto mette anche in luce come Hezbollah non abbia reale interesse a provocare una guerra, per le ragioni che abbiamo espresso alcune righe sopra. Secondo l’ICG, una guerra dal potenziale altamente distruttivo sarebbe difficile da spiegare alla popolazione libanese, specialmente se condotta unicamente per la sopravvivenza di Hezbollah.

Il partito di dio sembra quindi non essere intenzionato a buttare benzina sul fuoco. Resta da capire cosa intende fare la Siria, che ha dimostrato più volte, in passato, di considerare il paese dei cedri una pedina nel suo risiko regionale. E, ovviamente, bisogna vedere cosa intende fare Israele.

In ogni caso, le chiavi di tutto questo vanno cercate a Teheran. Il regime degli Ayatollah ha sempre foraggiato Hezbollah e vanta una solida alleanza con la Siria. Dal riaccendersi o dal placarsi delle tensioni tra Israele e Iran possono dipendere il destino del Libano e della pace nell’intera regione.

Consiglio di sicurezza ONU: rimossi 45 nominativi dalla black list dei gruppi terroristici.
La settimana è iniziata con segnali di distensione. Se ieri Barack Obama ha annunciato l’imminente ritiro delle truppe USA dall’Iraq, anche il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha fatto la sua parte. La CNN ha comunicato che ieri un Comitato per le sanzioni interno al Consiglio di Sicurezza ha rimosso dalla propria lista nera 45 nomi di persone e organizzazioni affiliate ad Al Qaida e ai Talebani.

Vi avevamo già parlato della lista e della nuova figura di difensore civico delle Nazioni Unite incaricato di esaminarne i singoli casi; la decisione di ieri si muove parallelamente in questa direzione. Si tratta di un’operazione considerevole dal punto di vista quantitativo, dal momento che sono stati espunti 10% dei componenti dell’elenco, che ora ammonta a 443 tra nominativi e sigle.

Dei 45 rimossi dalla “black list”, 24 sono persone e le rimanenti sono organizzazioni. Occorre precisare che 8 dei 45 nominativi corrispondono a persone ormai decedute. Si ritiene inoltre che almeno altre trenta persone ancora inserite nella lista siano ormai morte. Di fatto l’operazione compiuta ieri va nella direzione di una revisione dell’elenco, che dal 2001 non è più stato riesaminato.

Il Comitato per le sanzioni ha deciso di appoggiarsi a un “gruppo di monitoraggio” che si occuperà di revisionare annualmente gli elenchi esaminando singoli casi sui quali ci sia carenza di informazioni. Ogni sei mesi, saranno inoltre compiute verifiche sulle persone ritenute morte.

Ma tra i “riabilitati” ci sono anche personaggi vivi e vegeti, come quell’Abdul Hakim Mujahid Muhammed, che ricopriva il ruolo di inviato presso le Nazioni Unite per conto del precedente regime dei Talebani. Grande soddisfazione del Presidente afghano Hamid Karzai, che sappiamo essere un personaggio tutt’altro che limpido nella costruzione dei rapporti di forza all’interno dell’Afghanistan.

Riconciliazione nazionale con i Talebani cosiddetti “moderati” o pura realpolitik? Entrambe le cose. Non occorre essere dei geni per comprendere che il pantano afghano in cui si sono invischiati gli Usa e i loro alleati non si può risolvere solo con le armi. Bisogna trattare e alcuni dei nemici di ieri possono essere utili oggi per combattere nemici più agguerriti.

Si veda la strategia della controinsurrezione in Iraq, con il comando militare Usa che si appoggiava alle milizie sunnite del “Risveglio” per ristabilire il controllo della regione. Funzionerà anche in Afghanistan? Considerato, soprattutto, che anche l’Iraq non è diventato un oasi di pace e tranquillità.