Fiat. Silvio Berlusconi non risponde all’ultimatum di Sergio Marchionne, ringraziato da Barack Obama

Il divorzio tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ha distolto in parte l’attenzione su tutte le altre notizie importanti della scorsa settimana. In sordina, come osservato dal vicedirettore del Giornale Alessandro Sallusti, è passato per alcuni il ringraziamento pubblico che Barack Obama ha fatto a Sergio Marchionne, Amministratore Delegato di Fiat e Chrysler.Di questa disparità


Il divorzio tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ha distolto in parte l’attenzione su tutte le altre notizie importanti della scorsa settimana. In sordina, come osservato dal vicedirettore del Giornale Alessandro Sallusti, è passato per alcuni il ringraziamento pubblico che Barack Obama ha fatto a Sergio Marchionne, Amministratore Delegato di Fiat e Chrysler.

Di questa disparità di trattamenti si è occupato proprio il quotidiano diretto da Vittorio Feltri che all’indomani dell’incontro tra il Presidente degli Stati Uniti e l’Amministratore Delegato scriveva:

“È come se esistessero due Marchionne: quello «buono», che lavora nel suo ufficio sulla Chrysler Drive, ad Auburn Hills; e quello «cattivo», rinchiuso (quando c’è) nello studio al quarto piano della palazzina del Lingotto, a Torino, a studiare il modo migliore per smobilitare dall’Italia.

Una sorta di dottor Jekill (quello americano, nel ruolo di ceo della Chrysler, applaudito dai suoi operai ogni qual volta si affaccia in una fabbrica del gruppo Usa) e mister Hyde (il Marchionne versione italiana, messo in croce da Cgil, Fiom, Cobas, Idv e Pd per aver osato puntare sul proprio Paese e scommettere 20 miliardi di euro, cioè quasi 40mila miliardi delle vecchie lire, sul rilancio del sistema industriale della penisola).

Basta scorrere le pagine dei giornali per accorgersi di questa doppia considerazione per il top manager dal pullover nero. La Repubblica di ieri, per esempio, riportava al centro della prima pagina il seguente titolo: «Obama alla Chrysler: “Grazie Marchionne” ».

Qualche giorno prima, all’interno, di taglio e in bella evidenza, riferendosi al via libera alla newco per Pomigliano: «Lo sconcerto dei lavoratori: “Così rimaniamo senza garanzie”». Da notare che la newco è stata fatta partire dalla Fiat per poter rilanciare e non chiudere la grande fabbrica alle porte di Napoli”.

Una posizione analoga a quella presa dal Giornale è stata adottata anche dal Sole 24 Ore che raccontando dell’incontro tra Barack Obama e Sergio Marchionne sottolinea il lavoro fatto dalla stampa estera, secondo la quale l’Ad di Fiat e Chrysler avrebbe lanciato al proprio un paese un vero e proprio ultimatum.

Racconta Elysa Fazzino per il quotidiano di Confindustria:

“”Ultimatum” è la parola ricorrente nei titoli della stampa francese. Di ultimatum parla infatti un lancio Afp pubblicato sui siti di Les Echos e Le Figaro: l’ad Fiat ha lanciato un ultimatum ai sindacati “perché si impegnino ad accettare di rivedere gli accordi attuali per rendere le fabbriche italiane competitive, condizione ‘sine qua non’ per attuare il suo progetto di raddoppiare la produzione locale”.

E’ in sostanza una “messa in guardia”: Marchionne ha avvisato che “il peso della presenza Fiat in Italia è in gioco” e che in caso di “no” “gli investimenti previsti per l’Italia saranno ridimensionati”. Nel suo titolo, Le Figaro introduce il tutto con la parola chiave “Competitività””.

Contrario all’ultimatum di Sergio Marchionne, la settimana scorsa, si è detto il segretario della Fiom (Federazione Impiegati Operai Metallurgici) Maurizio Landini che alle agenzie ha dichiarato:

“Credo che sia importante avere consapevolezza della gravità degli atti della Fiat. Perché nell’incontro di Torino con i sindacati, gli annunci dell’azienda rendono evidente che tutto ciò che ci aveva portato a considerare inaccettabile l’ipotesi avanzata per Pomigliano, e considerarla un ricatto per la gravità dei contenuti, non solo si conferma ma rende evidente che siamo di fronte ad un’indicazione generale”.

Un parere analogo è stato espresso anche da Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, secondo il quale Fiat sta facendo ai propri operai un ricatto malavitoso.

“L’idea di impresa che propone Marchionne – ha dichiarato Paolo Ferrero – riduce i lavoratori a pura merce ed è totalmente fuori dal quadro costituzionale. In questo c’è la vera e profonda sintonia tra Berlusconi, che vuole mettere il bavaglio ai giudici, e Marchionne, che lo vuol mettere ai lavoratori.

La Fiat – ha sostenuto sempre Paolo Ferrero durante un dibattito televisivo – ha preso tanti soldi dallo Stato: se vuole andare a produrre auto fuori dall’Italia faccia il favore di restituirli. Se un’azienda prende finanziamenti dallo Stato, questi devono servire per politiche industriali in quel territorio.

Bisogna smetterla di dare soldi a imprese senza vincoli, perché le imprese si fanno i fatti loro. Bisogna vincolarli, chiedendoli indietro se queste se ne vanno e obbligando le imprese a spenderli per la ricerca, come sta facendo Obama. L’auto elettrica infatti la farà Chrysler, in Italia si farà la Panda”.

Preso dai casini interni al proprio partito, Silvio Berlusconi non ha ancora preso una posizione sui progetti di Sergio Marchionne malgrado l’interessamento del Presidente della Repubblica sulla vicenda. Nei giorni scorsi il Quirinale ha infatti diramato una nota nella quale si specifica che tra Giorgio Napolitano e John Elkann, Presidente della Fiat.

In attesa di capire se l’esperienza pregressa come imprenditore del Presidente del Consiglio (di cui ha parlato anche Gianfranco Fini durante la conferenza stampa post divorzio) sarà utile per risolvere i conflitti tra la Fiat e i sindacati italiani vale la pena prendere in considerazione le opinioni di alcuni ministri.

“Il governo – ha dichiarato Altero Matteoli, Ministro dei Trasporti – negli anni passati ha aiutato la Fiat e di questo l’azienda ne deve tener conto”.

Degli investimenti statali non ha fatto accenno nel proprio intervento Renato Brunetta, Ministro della Pubblica Amministrazione.

“Fiat deve prendere autonomamente decisioni che siano nell’interesse della multinazionale e negli interessi dei Paesi dove si trovano gli stabilimenti e dove ha tanto investito”.