Europa centrale: 2010, l’anno della verità?

Continua la collaborazione tra polisblog.it e Jeremy Druker di tol.org. Questa volta Jeremy ci racconta del 2010, un anno cruciale per molti Stati dell’Europa Centrale. Buona lettura. Un anno fa, sembrava che le cose in Europa centrale non si mettessero bene: il governo Ceco era caduto durante il suo periodo di presidenza dell’UE a causa

Continua la collaborazione tra polisblog.it e Jeremy Druker di tol.org. Questa volta Jeremy ci racconta del 2010, un anno cruciale per molti Stati dell’Europa Centrale. Buona lettura.

Un anno fa, sembrava che le cose in Europa centrale non si mettessero bene: il governo Ceco era caduto durante il suo periodo di presidenza dell’UE a causa dell’irresponsabile antagonismo dei partiti più grandi del Paese.

In Slovacchia, la coalizione nazionalista e populista continuava le sue ostilità con l’Ungheria, e a ignorare la corruzione interna: nel mentre alle elezioni europee ungheresi il partito xenofobo Jobbik arrivava al 15%, proprio mentre l’economia nazionale sprofondava in una crisi senza precedenti.

Solo la Polonia sembrava in buona forma: aveva reagito bene alla crisi economica, ma lotte intestine impedivano comunque di arrivare alle tanto agognate riforme…

Con molte consultazioni elettorali previste per il 2010, in tanti temevano campagne elettorali costruite sul populismo e sul nazionalismo, che accoppiato alla crisi economica, avrebbero catapultato al governo le destre più estreme. Le conseguenze, sarebbero state sicuramente contrasti ancora più aspri con i Paesi confinanti.

Ora che il nuovo governo slovacco è in carica, però, possiamo dire con certezza che le cose sono andato meglio di quanto previsto. Le elezioni hanno messo il Paese nelle migliori condizioni per un esecutivo responsabile, riformista, stabile e privo di venature nazionalistiche come non accadeva da anni.

La Repubblica Ceca ha ora una maggioranza stabile – la più stabile dal 1993, da quando nacque la Rep. Ceca – molto diversamente dal 2006, quando le elezioni finirono in un testa a testa tra le due coalizioni di centro destra e centro sinistra, testa a testa che si trasformò ben presto in uno stallo.

La maggioranza attuale invece ha le carte in regola per chiedere sacrifici all’elettorato, allo scopo di ridurre il deficit, e anche per chiudere le riforme pensionistiche e fiscali. Due partiti hanno ottenuto buoni risultati nell’ultima tornata elettorale, e un paio di “dinosauri” sono stati costretti a rassegnare le dimissioni, per esempio Jiri Paroubek.

E questo malgrado il partito di Paroubek abbia vinto le elezioni: peccato che le abbia vinte con un margine troppo esiguo. Ora le sue dimissioni potrebbero aprire scenari nuovi per il suo partito, e un rinnovamento generale nella sinistra.

Le elezioni in Slovacchia hanno ripetuto il copione della Repubblica Ceca: il principale partito del contro sinistra, Smer, ha vinto, ma senza alcun partner disposto ad allearsi per creare una coalizione di governo di centrosinistra. Malgrado le previsioni, i partiti nazionalisti hanno visto un crollo. Il SNP – Slovak Nationalist Party – è sceso dal 12% al 5%, per esempio.

Il governo sarà guidato da una donna, Iveta Radicova, al cui fianco ci sarà una coalizione di centro destra determinata a tagliare il deficit, ma soprattutto a sanare la frattura con l’Ungheria.

Anche la sconfitta alle elezioni presidenziali di Jaroslaw Kaczynski, fautore di un netto conservatorismo, potrebbero essere un buon segnale. Bronislaw Komorowski, il vincitore, potrebbe rimuovere molti degli ostacoli e delle incomprensioni, frequenti invece tra Donald Tusk e Lech Kaczynski.

Ora con una presidenza amica, le riforme di Tusk potrebbero avere vita più facile.

I punti di domanda invece sono tutti in Ungheria: il partito di destra conservatrice Fidesz ha trionfato alle elezioni dell’aprile scorso, e la legge con cui gli ungheresi all’estero potevano richiedere la cittadinanza, ha causato frizioni con nazioni confinanti, una su tutte la Slovacchia.

Anche su quel versante però i toni sembrano essersi abbassati: durante un recente viaggio in Romania, il Ministro degli Esteri Janos Martonyi ha spiegato che la cittadinanza agli ungheresi all’estero non verrà concessa in massa, ma secondo basi individuali.

Malgrado tutto però, sembra che la vittoria elettorale abbia preso la mano a Fidesz, che ora sembra voler plasmare a sua immagine e somiglianza tutto il Paese. Secondo Edward Lucas dell’Economist “Fidesz ha “epurato” i vertici di decine di istituzioni statali, proposto limitazioni alla libertà di stampa, riorganizzato la commissione elettorale, e iniziato a lavorare su una nuova costituzione”

In una situazione già tesa, il parlamento ha pensato di dichiarare una “giornata dell’Unità nazionale” il 4 giugno, anniversario del trattato di Trianon, che nel 1920 portò via all’Ungheria buona parte dei territori del suo regno.

Il 2010 resta quindi un anno importantissimo per l’Europa centrale: ma la situazione oggi, a metà anno, sembra meno grigia di quanto si pensasse sei o sette mesi fa.