La Gelmini contro la protesta universitaria: indecorosa se danneggia gli studenti

Il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Maria Stella Gelmini, intervenendo ieri alla manifestazione “Dedalo 2010”, organizzata dagli studenti del Pdl, si è così pronunciata sulle proteste da mesi in corso in molte Università italiane: “Fare riforme è difficile perché si va contro la resistenza di chi non vuol perdere privilegi acquisiti nel tempo, ma

Il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Maria Stella Gelmini, intervenendo ieri alla manifestazione “Dedalo 2010”, organizzata dagli studenti del Pdl, si è così pronunciata sulle proteste da mesi in corso in molte Università italiane: “Fare riforme è difficile perché si va contro la resistenza di chi non vuol perdere privilegi acquisiti nel tempo, ma è indispensabile avere il coraggio del cambiamento”.

La Gelmini ha quindi affermato che, pur avendo il massimo rispetto per chi protesta, “le spese di una protesta contro il governo non le debba pagare il corpo studentesco, il quale spesso si trova impossibilitato a svolgere esami e ad avere appelli regolari perché gli insegnanti si lamentano del disegno di legge e si rifiutano di fare lezione, e addirittura di far sostenere gli esami”. Il che, sempre secondo la Gelmini, sarebbe “profondamente ingiusto”, anche perchè il Governo starebbe cercando di “di lavorare per migliorare l’università”. Insomma, “si può essere legittimamente in dissenso ma non si devono danneggiare gli studenti”.

E’ commovente la sensibilità del Ministro. Peccato, però, che la ragione principale delle proteste dei ricercatori universitari consista nei tagli a dir poco selvaggi ai finanziamenti per l’Università e per la ricerca disposti da questo Governo. Tagli che incidono negativamente sia sull’attività di ricerca (alla quale, come dice la parola, i “ricercatori” dovrebbero dedicarsi in via prioritaria, se non esclusiva), sia sulla qualità dei servizi che le Università pubbliche (e sottolineo: pubbliche) possono assicurare ai malcapitati studenti.

Per quanto riguarda, poi, i disagi che le proteste rischiano di arrecare al corpo studentesco, a onor del vero occorre chiarire che, per legge, il ricercatore universitario sarebbe tenuto a svolgere non più di 250 ore di didattica all’anno (compresive di esercitazioni, collaborazione con gli studenti nelle ricerche attinenti alle tesi di laurea e attività tutoriali).

Tale didattica, peraltro, dovrebbe essere limitata a compiti integrativi all’interno dei corsi di insegnamento ufficiali tenuti dai professori. Il che normalmente non avviene. In molti casi i ricercatori svolgono, infatti, una quantità di ore di didattica notevolmente superiore a quella massima prevista, tenendo interi corsi di insegnamento, partecipando alle commissioni degli esami di laurea, assistendo gli studenti nella elaborazione delle tesi di laurea e, nel contempo, svolgendo esercitazioni e seminari per i corsi ufficiali dei docenti.

Le Università pubbliche (ma anche quelle private), in Italia, sopravvivono grazie al contributo di giovani (e meno giovani) dottori, dottorandi di ricerca, assegnisti e ricercatori, i quali spesso tirano avanti con estrema fatica, con assegni di ricerca e stipendi da fame, lavorando in condizioni sempre più proibitive. In sostanza, la protesta dei ricercatori consiste solo nel minacciare di limitarsi a svolgere le ore obbligatorie di didattica, smettendo così di fare… volontariato!

(La foto del ministro Gelmini è di Giuseppe Nicoloro, Flickr.it).