Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Medio Oriente: gli insediamenti dei coloni israeliani occupano il 42% della Cisgiordania. Lo sostiene il rapporto pubblicato oggi da B’Tselem, organizzazione israeliana che si occupa di monitorare i diritti umani nei territori palestinesi occupati (la cosiddetta West Bank).L’organizzazione è attiva dal 1989 e ha pubblicato, nel corso degli anni, rapporti fortemente critici nei confronti della

Medio Oriente: gli insediamenti dei coloni israeliani occupano il 42% della Cisgiordania. Lo sostiene il rapporto pubblicato oggi da B’Tselem, organizzazione israeliana che si occupa di monitorare i diritti umani nei territori palestinesi occupati (la cosiddetta West Bank).

L’organizzazione è attiva dal 1989 e ha pubblicato, nel corso degli anni, rapporti fortemente critici nei confronti della politica di occupazione condotta da Tel Aviv. Quello pubblicato oggi non smentisce la linea sinora adottata e fa il punto sulla situazione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania: un tema caldo e problematico per il processo di pace, che riveste una particolare importanza anche per gli Stati Uniti.

L’Amministrazione Obama ha ripetutamente posto il blocco degli insediamenti come condizione essenziale per la buona riuscita delle trattative. L’atteggiamento di Tel Aviv è stato sinora ambiguo, quando non addirittura sprezzante. Ricordate l’annuncio della costruzione di nuovi insediamenti dato lo scorso marzo, il giorno stesso in cui vicepresidente USA Joe Biden chiedeva il blocco delle colonie nel corso della sua visita di Stato a Gerusalemme?

Il rapporto di B’Tselem analizza quindi una situazione estremamente delicata per gli equilibri della regione e si basa su più fonti ufficiali del Governo israeliano: dall’esercito alle mappe della Civil Administration, l’ente governativo che amministra i territori occupati.

Cominciamo dai numeri: il rapporto rivela che circa mezzo milione di israeliani attualmente vive al di là del confine tra Israele e la Cisgiordania, la cosiddetta “linea verde”. Di questi più di 300.000 vivono in 121 insediamenti e circa 100 avamposti che hanno controllo giurisdizionale sul 42 per cento della West Bank (anche se la superficie coperta dagli edifici degli insediamenti è appena l’1%). La restante parte si è stabilita in 12 quartieri che Israele ha costruito su territorio annesso alla municipalità di Gerusalemme.

B’Tselem analizza in particolar modo i mezzi impiegati dallo stato ebraico per acquisire il controllo del territorio. Secondo l’organizzazione israeliana, alla base di tutto il processo di creazione delle colonie si riscontra “un approccio strumentale, cinico e anche criminale della legislazione internazionale, di quella locale, degli ordini militari israeliani e della legge israeliana”. Tutto questo “ha consentito la continua sottrazione di terra ai palestinesi nella West Bank”.

A sostegno della propria tesi, B’Tselem spiega come Israele abbia strumentalmente utilizzato la definizione di “Terra dello Stato” per accaparrarsi il 16% della Cisgiordania nel periodo compreso tra il 1979 e il 1992.
Quello di “Terra dello Stato” è un concetto giuridico risalente al periodo della dominazione ottomana (periodo compreso tra il 1519 e la Prima guerra mondiale) e normato dalla legislazione dell’epoca; il principio è stato però interpretato dalle autorità israeliane in modo contraddittorio rispetto agli statuti e alle deliberazioni della Corte suprema della Palestina mandataria (ai tempi del Mandato britannico, dalla fine della Prima guerra mondiale al 1948). In pratica è servito per sottrarre terreni classificati come “Terra dello Stato” a famiglie e comunità palestinesi e utilizzarli per la costruzione degli insediamenti.

Il rapporto puntualizza inoltre che il 21% delle aree costruite negli insediamenti è sorto su terreni palestinesi di proprietà privata; lo desume incrociando dati della Civil Administration, dell’area giurisdizionale degli insediamenti e foto aeree scattate nel 2009.

L’organizzazione approfondisce anche gli incentivi dati dallo Stato per incentivare i cittadini israeliani a trasferirsi nelle colonie: dall’acquisto di abitazioni con finanziamenti agevolati all’istruzione e trasporto scolastico gratuiti, dai sussidi alle attività imprenditoriali e all’agricoltura a una pressione fiscale ridotta rispetto a quella esercitata sui cittadini che vivono all’interno dei confini della linea verde.

Molto spazio viene dato per elencare le continue violazioni dei diritti umani dei palestinesi, causate dalla politica di insediamento delle colonie. Primo su tutti il diritto alla proprietà, negato dalla massiccia espropriazione di territorio. Altro diritto negato è quello all’uguaglianza e al giusto processo: se infatti i coloni sono soggetti al sistema legale israeliano (di stampo democratico e basato sul riconoscimento dei diritti umani) i palestinesi devono sottostare alla legislazione militare, con leconseguenze che è facile immaginare.

Tutto questo senza dimenticare che gli insediamenti sono intenzionalmente costruiti in modo da impedire lo sviluppo urbanistico delle comunità palestinesi, mentre il controllo israeliano sulle risorse idriche blocca quello agricolo.

Ma come è strutturata la West Bank? Per farvi un’idea della frammentazione del territori di competenza dell’Autorità nazionale palestinese, potete guardare questa cartina disponibile sul sito di Limes; è del 2009, ma la situazione attuale è pressoché identica.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, è necessario fare un po’ di storia. A partire dagli accordi di Oslo del 1993, la West Bank è stata divisa in tre aree amministrative: le zone A, B e C. La prima occupa il 17% del territorio, è posta sotto il diretto controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e comprende le città palestinesi più alcune zone rurali popolate come Jenin, Nablus, e Tulkaerm.

L’area B occupa il 24% della West Bank, comprende altre zone rurali molto popolate e, pur essendo di competenza amministrativa palestinese, è posta sotto controllo israeliano. Queste prime due zone (in cui vive la maggior parte della popolazione palestinese) sono frammentate in 227 aree (di cui 199 hanno una superficie inferiore ai 2 kmq) separate fra loro. Il resto del territorio è zona C: area sotto il completo controllo amministrativo e militare israeliano e in cui sorgono gli insediamenti dei coloni, spesso a ridosso delle comunità palestinesi.

In questa situazione è impossibile definire l’attuale territorio palestinese uno Stato. Si può piuttosto parlare di un arcipelago di micro aree urbane e rurali i cui abitanti sono sottoposti a innumerevoli difficoltà di spostamento (checkpoint, blocchi stradali, muro di separazione).

La costruzione e l’ampliamento di nuovi insediamenti di coloni non fanno che accentuare il processo di frammentazione del territorio palestinese e, di fatto, la sua subalternità alle autorità civili e militari di Tel Aviv. Tutto questo non fa che aumentare il risentimento da parte dei palestinesi, che vedono frustrate le proprie aspirazioni nazionali. E, ovviamente, pesa come un macigno sul processo di pace e sulla possibilità della nascita di due Stati autonomi in grado di convivere pacificamente.