Esteri: intervista a Lubna Masarwa, attivista del Free Gaza Movement a bordo della Mavi Marmara

Lubna Masarwa vive a Gerusalemme Est e si autodefinisce una “palestinian 48”: una di quei palestinesi (meglio noti come “arabi israeliani”) che, dopo la proclamazione dello stato ebraico nel 1948, si sono trovati all’interno dei confini di Israele e ne hanno acquisito la cittadinanza. Docente presso l’università palestinese Al Quds, a Gerusalemme, Lubna Masarwa è

Lubna Masarwa vive a Gerusalemme Est e si autodefinisce una “palestinian 48”: una di quei palestinesi (meglio noti come “arabi israeliani”) che, dopo la proclamazione dello stato ebraico nel 1948, si sono trovati all’interno dei confini di Israele e ne hanno acquisito la cittadinanza.

Docente presso l’università palestinese Al Quds, a Gerusalemme, Lubna Masarwa è un’attivista politica che si occupa principalmente di diritti sociali, in particolare per quanto riguarda le problematiche dei bambini che non hanno accesso all’istruzione. E’ membro del comitato direttivo del Free Gaza Movement ed è stata tra gli organizzatori della Freedom Flotilla. In rappresentanza del comitato organizzativo, ha preso parte alla spedizione della flotta a bordo della nave turca Mavi Marmara, su cui è stata arrestata dalle forze armate israeliane nel corso del blitz dello scorso 31 maggio.
L’abbiamo intervistata per voi per avere un suo punto di vista sulla vicenda.

Lubna, cos’è accaduto quella note a bordo della Mavi Marmara? Le autorità israeliane affermano che i soldati sono stati attaccati con armi da fuoco e hanno dovuto sparare per difendersi.

Non avevamo armi da fuoco a bordo. Eravamo civili ed eravamo stati cercati dalle autorità turche prima di salpare.
Noi organizzatori avevamo fatto dell’addestramento con i leader delle delegazioni dei passeggeri e avevamo detto loro che non volevamo usare violenza contro i soldati. In particolar modo, non volevamo dare ad Israele alcun pretesto per accusarci, come sono soliti fare quando i palestinesi resistono per i loro diritti.

I soldati israeliani sono arrivati intorno alle 4.20 da tutte le direzioni, con elicotteri e decine di piccole imbarcazioni. Hanno attaccato i civili non appena hanno iniziato a scendere dagli elicotteri; a quel punto posso immaginare che i passeggeri li abbiano colpiti.

Più tardi i soldati feriti hanno ricevuto dai passeggeri trattamento medico a bordo della nave e sono stati rimandati al loro gruppo. Nonostante questo, il ponte era pieno di feriti e morti della nostra parte.

Voglio aggiungere ancora una cosa: alle 5 del mattino io ho chiamato gli israeliani con l’altoparlante, parlando in ebraico e in inglese, per chiedere assistenza medica. Ho detto che eravamo civili e ho chiesto di non usare violenza contro di noi: che necessitavamo di assistenza medica e c’erano delle persone che stavano morendo. Nessuno dei miei appelli ha ricevuto risposta e per quattro ore le persone sono rimaste a morire sul ponte.

Puoi raccontarci di come sei stata arrestata dalle autorità israeliane?
Il 31 maggio non è stata la prima volta che le autorità israeliane mi hanno arrestata. Lo scorso anno, alla fine di giugno, ero a bordo della nave Spirit of Humanity insieme a Mairead Maguire per rompere l’assedio di Gaza. Tutti i passeggeri, me compresa, sono stati rapiti in acque internazionali e portati nella prigione di Ashdod. Dopo questa missione abbiamo deciso che saremmo tornati a Gaza con più di una nave e ci è voluto quasi un anno per organizzare la Freedom Flotilla.

Come ho detto, le forze armate israeliane ci hanno attaccato di notte e hanno rapito i passeggeri della nave in acque internazionali. Io e altri tre palestinesi di nazionalità israeliana siamo stati separati dal resto del gruppo e portati alla stazione di polizia di Ashdod per essere interrogati. Siccome abbiamo il passaporto israeliano, siamo stati messi in prigione e ci hano tenuti rinchiusi per quattro giorni. La polizia ha poi chiesto di trattenerci per un periodo di tempo più lungo, finché non terminava il processo.

Era evidente che si trattava di una decisione politica, dal momento che le autorità israeliane non avevano il diritto di catturarci in acque internazionali. In questo modo, inoltre, Israele voleva mandare un messaggio agli altri palestinesi che vivono all’interno dei suoi confini per fermare qualsiasi altro tentativo di compiere azioni come la nostra.

Dopo il mio rilascio, ho dovuto rimanere una settimana agli arresti domiciliari e, attualmente, non ho il permesso di lasciare Israele per 45 giorni. Le autorità israeliane ci hanno inoltre chiesto di versare una cauzione di 150.000 shekel nel caso dovessimo infrangere le condizioni che ci hanno imposto.

Cosa era accaduto quando avete tentato di raggiungere Gaza a bordo della Spirit of Humanity, lo scorso anno?
Come dicevo, anche allora siamo stati rapiti in acque internazionali e portati ad Ashdod. L’esercito israeliano aveva iniziato a minacciarci alle tre di notte; il giorno successivo hanno dato l’assalto come pirati e hanno preso il controllo della nave. A bordo eravamo 23 passeggeri e trasportavamo attrezzature mediche e aiuti umanitari.

Quando è stata la prima volta che sei entrata a Gaza?
Ero entrata a Gaza un mese prima che iniziasse la guerra (l’operazione Piombo fuso di fine 2008, Ndr) e non credo che ci siano parole per descrivere cosa significa vivere sotto assedio. Il mio ricordo più vivido riguarda uno degli ospedali che abbiamo visitato: lì ho incontrato molti pazienti in gravi condizioni che non avevano medicinali di base. Alcuni di loro avevano il cancro, ma non potevano avere accesso alle cure chemioterapiche.

Nelle strade non c’era elettricità, poche case, niente carburante. Ho visto un uomo fare a pezzi il suo armadio per accendere il fuoco per scaldare suo figlio. I ragazzi studiavano in scuole prive delle attrezzature più elementari come sedie, lavagne o banchi. Non so se puoi immaginare cosa significa vivere in una città in cui sono negati i diritti basilari come spostarsi, viaggiare, navigare o incontrarti con tuo fratello o tua sorella che vivono in un altro luogo. Dopo la prima volta che vi sono stata, Gaza è diventata uno dei cardini della mia vita e del mio attivismo.

Quali sentimenti hai provato quando sei stata a Gaza?
Ricordo la prima volta che ci sono stata. Era così strano … Io vivo a Gerusalemme (in quella occupata), ma, tuttavia, ho dovuto andare fino a Larnaca e viaggiare via nave 20 ore prima di raggiungere Gaza. Quando ho visto comparire la costa palestinese ho realizzato quanto le fossi così vicina eppure così lontana.

Quando ho scelto di andare a Gaza con la Freedom Flotilla era la quarta volta che vi tornavo, anche se ero stata arrestata nel corso dell’ultimo tentativo (dal momento che per gli Israeliani è illegale entrare a Gaza). Per me era solo un viaggio a casa. Come palestinese è un mio diritto naturale avere contatti e comunicare con chi vive a Gaza. Ma non posso.

Il Free Gaza Movement collabora con associazioni pacifiste israeliane come B’Tselem o Gush Shalom?
Sì, ci sono molti attivisti israeliani che supportano il nostro lavoro. Alcuni di loro hanno anche partecipato alle nostre ultime delegazioni, come Jeff Helper e la giornalista Amira Hass. Siamo pronti a tendere la mano a chiunque sostenga la libertà del popolo palestinese, compreso il suo diritto al ritorno.

Cosa pensi dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP)? Rappresenta veramente il popolo palestinese?
No, non rappresenta tutto il popolo palestinese e per una serie di ragioni. Per prima cosa non rappresenta me come palestinese che vive in Israele. In tutto siamo un milione e ducentomila palestinesi che vivono in Israele e non siamo parte dei negoziati, nessuno si ricorda di noi in alcun processo di pace. Tutto questo nonostante che i palestinesi israeliani debbano sottostare a una discriminazione istituzionalizzata, a persecuzioni politiche in uno stato che si è autodefinito Stato ebraico. In secondo luogo l’ANP non è stata scelta nel corso delle ultime elezioni, mentre Hamas sì. Molti nella comunità internazionale non rispettano il diritto dei palestinesi di scegliersi i loro rappresentanti.

Israele ha ucciso nove civili inermi sulla Mavi Marmara e ne ha feriti dozzine. E’ accaduto in acque internazionali e contro le leggi internazionali. Israele si è comportato così per via del silenzio della comunità internazionale che gli dà il potere di fare ciò che vuole: dall’uccidere civili su una nave a uccidere 1.400 palestinesi in tre settimane.

Mi chiedo come possa accadere tutto questo, quando viviamo in un’epoca in cui ci sono milioni di organizzazioni per i diritti umani che scrivono e raccontano cosa accade. Il momdno ha visto in televisione come Israele ha ucciso dei civili, come ha costruito muri e checkpoint e come ha assediato i territori palestinesi. Eppure il mondo continua a restare in silenzio. Spero che quello che è accaduto alla Flotilla romperà questo silenzio e rappresenterà l’inizio di un periodo in cui ci saranno giustizia e pace per il popolo palestinese. Io chiedo che la comunità internazionale prenda posizione contro l’apartheid condotto da Israele.

Cosa pensi della recente decisione del Governo israeliano di allentare il blocco su Gaza? Credi che porterà dei miglioramenti nelle condizioni di vita degli abitanti della Striscia?
Il Governo israeliano ha recentemente parlato di concedere l’accesso a Gaza di vari beni: dagli aiuti umanitari ai generi di prima necessità ai giocattoli. Per vedere l’elenco completo delle merci consentite puoi andare sul sito Gisha.org . Ma il problema dei palestinesi a Gaza non è solo umanitario.

La situazione umanitaria è una conseguenza della situazione politica e ci rifiutiamo di minimizzare il nostro diritto alla libertà e alla dignità in cambio di necessità elementari che, in una società normale, non dovrebbero rappresentare un problema.

Credo inoltre che sia molto umiliante che la comunità internazionale pensi che questo ci renda felici e soddisfatti. Vogliamo libertà. Vogliamo che le persone che vivono a Gaza abbiano il diritto di spostarsi e lavorare e che non debbano dipendere dagli altri