Napolitano bis, fra fischi e applausi, fra pianti e risate. E adesso?

Silvio Berlusconi, l’ultimo e il più intransigente degli anticomunisti, gode per la rielezione al Colle di Giorgio Napolitano, l’ultimo autorevole dirigente del PCI. E’ l’Italia, bellezza! Con mille paradossi, mille volte sull’orlo del precipizio, salva poi per un soffio grazie alla solita “idea geniale” o al soprassalto di saggezza politica e istituzionale.

Forse proprio grazie alla autorevolezza di Napolitano ieri sera le minacce della Marcia su Roma di Beppe Grillo che grida al golpe si sono ben presto liquefatte come neve al sole, a dimostrazione che le Istituzioni hanno nell’anziano Presidente un baluardo invalicabile da smontare qualsiasi sciocchezza.

Ciò non risolve la crisi politica e non attenua le gravissime responsabilità dei partiti, Pd in testa, testardamente impegnati per paralizzare sino al collasso le Istituzioni e il “sistema” nella logica del. “Muoia Sansone con tutti i filistei”.

Alla soddisfazione (anche strumentale) per il Napolitano bis si contrappone il legittimo scetticismo per il prossimo futuro: come possono gli stessi partiti responsabili dello sfascio del Paese ritrovarsi insieme in un governo di “unità nazionale” e fare quelle riforme sempre annunciate e mai realizzate? Questo è il vero nodo, questo è il punto centrale dell’agenda del presidente Napolitano. Una impresa al limite dell’impossibile. Ecco perché Giorgio Napolitano, oltre ai ringraziamenti per essere rimasto nel barcone in mezzo alla tempesta, si merita più che mai il nostro in bocca al lupo!

Per i partiti chiamati a formare il nuovo esecutivo (il programma di base è contenuto nel documento dei “saggi”: riforma delle legge elettorale, riforma del Senato, nuova legge del finanziamento dei partiti, politica economica di rigore nell’equità ma per la ripresa e crescita ecc.) è l’ultimo appello: o sono in grado di cogliere l’insoddisfazione e la sfiducia del Paese reale riformandosi e riformando l’Italia, oppure si sprofonda nell’abisso.

La prova peggiore l’ha data il Pd, passato in poche settimane dal grido di vittoria alla disfatta totale, con le dimissioni di Bersani e dei vertici del partito. Una debacle annunciata che impone una rivoluzione culturale, una rifondazione politica e organizzativa. Scrive bene oggi Eugenio Scalfari: “ Il Pd non ha proprietari, non c’è un Re nel Pd. Però ci sono i vassalli l’un contro l’altro armati. È una fortuna non avere un Re ma è un terribile guaio esser dominati da vassalli e valvassori”.

Il Pdl, dato per morto e risorto per la magia di Berlusconi, ha l’esigenza di una totale rivisitazione: ma è possibile con un padre-padrone come il Cav? Di certo, presto, il quadro politico muterà contenuti e contenitori: con la sinistra, la destra, il centro (forse) rivoltati come un calzino. Il rinnovamento deve ripartire subito dalla politica e dai partiti. Adesso che abbiamo toccato il fondo, solo gli irresponsabili possono scavare più sotto.

Anche contro l’evidenza dei fatti, la rielezione di Napolitano non può non essere considerata come il primo passo per la ricostruzione di una nazione sfiduciata e divisa ma ancora con enormi energie e capacità. Ogni italiano vorrebbe qualcosa di meglio e di più, ma la politica è l’arte del possibile. Da qui si può e si deve ripartire.

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