Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Medio Oriente: Turchia, Erdogan intenzionato a raggiungere Gaza via mare? Il quotidiano israeliano Haaretz, citando non precisate fonti libanesi, riferisce che il primo ministro turco Erdogan starebbe valutando di effettuare un viaggio diplomatico a Gaza a bordo di una nave della marina turca. La reazione delle forze armate israeliane alla presunta notizia è stata scomposta. Oggi l’ufficiale Uzi Dayan (dei riservisti) ha dichiarato alla radio dell’esercito che se tale gesto sarebbe considerato alla stregua di una dichiarazione di guerra. Un richiamo alla ragione è arrivato da Amos Gilad, un altro alto ufficiale responsabile degli affari politici e militari al Ministero della difesa israeliano. Gilad ha invitato i colleghi a smorzare i toni affermando che “proprio perchè c’è una crisi dobbiamo agire con ragionevolezza ed evitare di definire t

Medio Oriente: Turchia, Erdogan intenzionato a raggiungere Gaza via mare? Il quotidiano israeliano Haaretz, citando non precisate fonti libanesi, riferisce che il primo ministro turco Erdogan starebbe valutando di effettuare un viaggio diplomatico a Gaza a bordo di una nave della marina turca.

La reazione delle forze armate israeliane alla presunta notizia è stata scomposta. Oggi l’ufficiale Uzi Dayan (dei riservisti) ha dichiarato alla radio dell’esercito che tale gesto sarebbe considerato alla stregua di una dichiarazione di guerra.

Un richiamo alla ragione è arrivato invece da Amos Gilad, un altro alto ufficiale, responsabile degli affari politici e militari al Ministero della difesa israeliano. Gilad ha invitato i colleghi a smorzare i toni affermando che “proprio perchè c’è una crisi dobbiamo agire con ragionevolezza ed evitare di definire terrorista un leader democraticamente eletto.”

Medio Oriente: Iran, i guardiani della rivoluzione si offrono per scortare convogli a Gaza. Ne sentivamo la mancanza. Mentre non si placano le polemiche sulle vicende della Freedom Flotilla, con accuse reciproche tra Israele e Turchia, i pasdaran iraniani hanno aggiunto ieri la loro voce al coro.

“Le forze navali della Guardia rivoluzionaria iraniana sono pronte a scortare con tutta la loro forza i convogli di pace e libertà che portano assistenza umanitaria alle genti inermi e oppresse di Gaza”. Lo ha affermato Hojjatoleslam Ali Shirazi, il rappresentante dell’Ayatollah Khamenei per i guardiani della rivoluzione.

E’ di oggi la notizia che due navi della mezzaluna rossa partiranno nel fine settimana alla volta di Gaza per portare aiuti di vario genere.

Una provocazione che forse nasconde solo la volontà di mettersi in mostra. Una provocazione che, però, getta altra benzina sul fuoco e, soprattutto, fornisce a Netanyahu ulteriori argomenti per giustificare le proprie politiche. Tel Aviv ha, infatti, sempre motivato il blocco, imposto a Gaza nel 2007, con la necessità di impedire che armi iraniane arrivino al regime di Hamas che controlla la Striscia. Emblematiche in tal senso le parole del Primo ministro israeliano, quando ha affermato che Gaza “non diventerà un porto iraniano”.

Shirazi ha affermato che l’Iran dovrebbe incoraggiare gli sforzi volti a rompere il blocco. Da parte sua Khamenei ha rincarato la dose, definendo il blitz alla Freedom Flotilla un errore che “ha dimostrato quanto siano barbarici i sionisti.”

Le dichiarazioni dei pasdaran suonano come una sfida. E, forse, esprimono una malcelata voglia di protagonismo. In questi giorni la palma delle critiche ad Israele è spettata infatti alla Turchia, in prima fila nel denunciare alla comunità internazionale le uccisioni dei suoi nove connazionali sul traghetto Mavi Marmara.

Del resto, il regime degli Ayatollah non è nuovo a sparate ad effetto. Non è da escludere che, dietro la volontà di far la voce grossa a livello internazionale, ci sia il tentativo di superare le proprie debolezze interne.
Si avvicina infatti il 12 giugno, anniversario di quella rivoluzione verde che aveva portato manifestazioni di protesta per le strade e annessi scontri con le milizie rivoluzionarie dopo la contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad.

Le immagini dei miliziani Basij assaliti dai dimostranti bruciano ancora nella memoria dell’establishment iraniano; diverse organizzazioni studentesche hanno già annunciato di voler indire manifestazioni per il prossimo 12 giugno e più fonti testimoniano come il regime stia già stringendo la morsa della censura e della repressione per impedire che l’anniversario della Rivoluzione verde si trasformi in un nuovo grattacapo per Ahmadinejad.

E’ probabile che, tra pochi giorni, i guardiani della rivoluzione dovranno rivolgere lo sguardo in casa propria piuttosto che salpare alla volta di Gaza.

Commissione d’inchiesta sulla Freedom Flotilla: no di Netanyahu . Le sparate dell’Iran arrivano dopo che, domenica, il primo ministro israeliano Netanyahu rifiutava la proposta avanzata dal segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon di una commissione d’inchiesta internazionale sulla vicenda della Freedom Flotilla.

Netanyahu afferma di aver detto a Ban Ki Moon che alcuni passeggeri a bordo della Mavi Marmara erano membri di un’organizzazione turca che appoggia i terroristi. Ha aggiunto che qualsiasi commissione di inchiesta dovrebbe chiarire chi abbia organizzato, finanziato e appoggiato questi estremisti e come siano finiti su quella nave.

“Rifiutiamo una commissione internazionale. Stiamo discutendo con l’Amministrazione Obama il modo in cui possa svolgersi la nostra inchiesta.” Ha affermato domenica l’ambasciatore israeliano a Washington Micheal Oren, aggiungendo che Israele è uno Stato democratico in grado di svolgere un’inchiesta e che non deve essere indagato da alcun organismo internazionale.

Al rifiuto di Tel Aviv è seguita la secca replica del ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu, per il quale l’ostilità di Israele all’inchiesta è “un’altra prova della loro colpevolezza”.

Parole pesanti, ma alle quali segue qualche parziale segnale di distensione. Il ministro degli esteri turco ha, infatti, affermato che Ankara e Tel Aviv rimangono alleati, ma che ci sono problemi con l’attuale amministrazione israeliana e che non si possono tollerare né il blocco di Gaza né le politiche di punizione collettiva del popolo palestinese.

Affermare questo equivale ad auspicare un cambio di rotta a Tel Aviv, ma senza sconfessare l’alleanza con lo stato ebraico nè tantomeno negarne la legittimità come fa l’Iran. In questo modo la Turchia si presenta all’opinione pubblica internazionale come uno Stato fermo nel condannare gli errori di Israele, ma responsabile e disponibile a cercare di risolvere la crisi di Gaza con la diplomazia.

E’ un atteggiamento da media potenza regionale, quale Ankara aspira a diventare. Una potenza che tenta di dettare l’agenda al resto della comunità internazionale.