PD, Bersani, Renzi&C uniti nel “cupio dissolvi”

Il PD si è infilato da solo nel cappio preparato da una parte da Berlusconi e dall’altra da Grillo, suicidandosi. Giunge così al “capolinea” una esperienza di un partito dall’amalgama non riuscita, capace di produrre il peggio del peggior PCI e della peggior DC. Si poteva pretendere di più da un gruppo dirigente che proveniva da due fallimenti quali quello della Margherita e dei Ds?

In queste note abbiamo per anni espresso critiche e dissenso sul progetto del Pd, ma oggi è alta la preoccupazione per l’implosione e lo sfascio di questo partito che può dare il colpo finale alla crisi politica e istituzionale dell’Italia.

Soprattutto abbiamo criticato, oltre alla mancanza di identità e di progetto politico, le permanenti guerriglie sotterranee e personali che hanno preso il posto di una vera e chiara dialettica politico-culturale fondata e incentrata su idee e opinioni politiche. Invece si sono moltiplicati ovunque, dal centro alla periferia, gruppi e sottogruppi di potere dediti solo a guerriglie incomprensibili perché prive di base politica, alimentate solo dalla bramosia del potere e delle poltrone.

Nell’agosto del 2008 Eugenio Scalfari scriveva un articolo, “L’opinione pubblica è rimasta senza voce”, in cui sostanzialmente si diceva che il Pd “è già al capolinea”. Il fondatore di Repubblica un anno dopo scriveva che «oggi l’opinione pubblica è tendenzialmente orientata verso la versione berlusconista della democrazia, con simpatie leghiste diffuse soprattutto al Nord». E dubitava che esistesse ancora un’opinione pubblica «di centro e di sinistra, riformista, progressista, laica», anche perché «la sconfitta elettorale di un anno fa sembra averla ridotta a uno stato larvale». Questa opinione pubblica, scriveva ancora Scalfari, «avrebbe bisogno di una voce che la rappresenti e di una forma che la riposti in battaglia».

Con le vicende di questi mesi – dalle elezioni non vinte alla gestione fallimentare del dopo voto fino a ieri -si rischia di fare tabula rasa, di non poter più coltivare neppure la speranza. La proclamata capacità di governo, la sbandierata “diversità” del Pd si sono sgretolate lasciando sul campo solo macerie, con una base incredula ma sempre credulona e tifosa di questa o quella cordata, di questo o quel capo bastone.

Le Primarie sono state un abbaglio. Per fare un partito forte, vincente, credibile, autorevole e in grado di governare con gente onesta e preparata, i gazebo non bastano, come dimostrano anche esperienze in altri Paesi. La democrazia dei gazebo – da non sottovalutare – può dissimulare la debolezza dei gruppi dirigenti incapaci di selezionare la rappresentanza e cq non può sostituire gli elettori. Il populismo ha molte forme. Altre volte la sinistra si è illusa di trovare scorciatoie che poi hanno portato in un vicolo cieco.

Adesso il Pd è rimasto nudo e crudo con Pierluigi Bersani – leader galantuomo ma inadeguato- che termina inchiodato la sua via crucis. Tutti i nodi irrisolti e tutti i limiti e tutte le contraddizioni sono venuti al pettine. Dice Stefano Folli su Radio 24: “ Scegliere un presidente della Repubblica insieme a Berlusconi oppure con Grillo comporta una serie di conseguenze non indifferenti, si proietta sul piano del governo e inevitabilmente sull’identità stessa di una forza che vorrebbe essere la più rappresentativa del centrosinistra, con antenne sensibili verso la società civile. Queste sono le ambizioni, ma la realtà parla di un partito schiacciato fra un centrodestra sempre forte e radicato nel paese e un movimento Cinque Stelle che con il suo successo ha cambiato le regole del gioco”. Già.

Perché il cupio dissolvi, l’ingenua e testarda voglia di carachiri di Bersani, del pidì, del centrosinistra è arrivata fino al punto di non ritorno? Adesso il Partito Democratico precipita dalla padella alla brace. Difficile, davvero difficile, vedere la luce per uscire dal fondo del tunnel.

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