Perché il Pd dice no a Rodotà? #rodotapercheno

La domanda è senza risposta. O perlomeno, non ha una risposta logica.

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L’hashtag arriva su Twitter: #rodotàperchèno?
La domanda la fa Beppe Grillo a Pier Luigi Bersani.
Ma probabilmente se lo chiedono un po’ tutti quelli che seguono la politica senza essere addentro alle dinamiche delle lotte intestine fra partiti (o nei partiti): «Perché il Pd dice di no a Stefano Rodotà?»

Possibile che sia davvero solamente perché è un nome che proviene dal Movimento Cinque Stelle? Di cosa ci si potrebbe mai vergognare, nel votare Rodotà?

E’ troppo politicizzato? Be’, allora lo era anche Romano Prodi. E persino Franco Marini, che hanno avuto una lunga, lunghissima carriera politica.

Diciamocelo: il fatto che il Presidente della Repubblica debba essere super partes non vuol dire che fino al momento della sua elezione non debba mai aver avuto idee politiche proprie. Né che non possa averne dopo la sua elezione. Ma che dal momento del suo insediamento deve avere l’equilibrio per mantenersi al di sopra delle parti nella garanzia della Costituzione e nell’interesse della Repubblica.

D’altro canto, Rodotà viene “da sinistra” (sarebbe dunque inviso alla destra). Ma ha esercitato anche ruoli importanti in sedi “super partes”: ha partecipato alla scrittura della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. E’ stato Garante per la protezione dei dati personali; ha presieduto il coordinamento dei Garanti per il diritto alla riservatezza dell’Unione europea; è stato presidente della commissione scientifica dell’Agenzia europea dei diritti fondamentali.

Allora qual è la risposta? Il Pd dice no a Rodotà perché è troppo di sinistra? Perché non l’ha proposto per primo? Perché non piacerebbe al Pdl (e in quest’ultimo caso: che differenza ci sarebbe con un candidato che non piacerebbe al M5S?)? Perché non piace a D’Alema? Perché non piace a Renzi?

Qualunque sia la risposta, sembra semplicemente priva di logica. Quindi, sarebbe davvero bello che arrivasse dai diretti interessati. A meno che, dopo i due clamorosi flop di Franco Marini e Romano Prodi, non decidano di convergere verso il nome del giurista. Anche se a giudicar dalla deriva “destra” presa dal Pd, verrebbe da pensare che la scelta più naturale diventi quella di Anna Maria Cancellieri. Per far contento Monti, e magari anche un po’ Berlusconi. E per dire a tutti: «è una donna». A meno che non ci si proietti verso la strategia del suicidio definitivo della credibilità. Ovvero: Massimo D’Alema.

Ma lasciamo da parte le ipotesi di fantapolitica. Se avete una risposta alla domanda, lasciatecela nei commenti. Qui siamo davvero incapaci di trovarla.

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