“Bamboccioni”: uno stereotipo in declino?

L’idea che i giovani italiani escano di casa tardissimo per inettitudine o per un particolare amore della Mamma – riassunta emblematicamente dall’orrida espressione coniata da Padoa Schioppa – è stata finora molto diffusa nel discorso pubblico di politici, giornalisti e gente comune. Ma quanto potrà reggere questa immagine distorta a fronte della crisi economica e


L’idea che i giovani italiani escano di casa tardissimo per inettitudine o per un particolare amore della Mamma – riassunta emblematicamente dall’orrida espressione coniata da Padoa Schioppa – è stata finora molto diffusa nel discorso pubblico di politici, giornalisti e gente comune.

Ma quanto potrà reggere questa immagine distorta a fronte della crisi economica e del continuo peggiorare della condizione giovanile nel nostro paese (per saperne di più seguite i link), che determineranno probabilmente un ulteriore innalzamento dell’età dell’uscita di casa?

A giudicare dal modo in cui quattro tra i principali quotidiani italiani hanno trattato la notizia della settimana scorsa (fonte rapporto ISTAT) che “a pagare la crisi sarà soprattutto la fascia 15-29”, sembrerebbe che questo stereotipo sia purtroppo abbastanza resistente, anche se non mancano alcuni contradditori segnali di cambiamento. Potete confrontare i titoli degli articoli da voi, in gallery.

Quattro quotidiani italiani alle prese coi problemi dei giovani
Quattro quotidiani italiani alle prese coi problemi dei giovani Quattro quotidiani italiani alle prese coi problemi dei giovani Quattro quotidiani italiani alle prese coi problemi dei giovani Quattro quotidiani italiani alle prese coi problemi dei giovani

Il titolo de La Repubblica, “Il peso della crisi sui giovani. ‘Bamboccioni’ triplicati dall’83”, è un capolavoro di ambiguità: da un lato si sottolinea infatti come i fattori oggettivi (la crisi) siano decisivi nel determinare una situazione di difficoltà; dall’altro, attraverso il termine sbeffeggiante si insinua in qualche modo che questa condizione sia in fondo colpa delle (scarse) qualità individuali dei giovani stessi.

Un messaggio sottile ma pervasivo, rafforzato dall’articolo linkato più in basso, che afferma senza remore: “I giovani non leggono e non usano il computer”. Un titolo stridente con la realtà dei dati ISTAT citati, che dicono che in realtà solo il 18% degli under 30 non ha accesso a strumenti informatici.

Una percentuale che è probabilmente più alta di quella di altri paesi europei, ma questo per un motivo molto semplice: sono gli italiani nel loro complesso ad essere meno informatizzati; i giovani nostrani sono notevolmente più avanti di adulti e anziani su questo fronte. Il gap con i loro omologhi stranieri è dovuto alla loro cittadinanza – non alla loro età.

L’accostamento di questi titoli in un solo box veicola un cripto-messaggio nascosto, e forse addirittura involontario: “i giovani non trovano lavoro, non escono di casa, e questo per colpa della loro passività e scarsa intraprendenza”.

Discorso analogo si potrebbe fare per l’articolo del Corriere, che da un lato parla correttamente di giovani “costretti a vivere in famiglia anche e soprattutto per motivi economici”, ma dall’altro cita i “bamboccioni” fin dall’occhiello, e delizia i suoi lettori con una gallery di foto dell’inebetito protagonista del film francese Tanguy.

Il Giornale della famiglia Berlusconi non si accanisce più di tanto, ma inciampa su in imbarazzante errore parlando di “7 milioni di bamboccioni senza lavoro”, identificando di fatto il concetto coniato da Padoa Schioppa con quello di disoccupazione in sé, come ha fatto giustamente notare IlNichilista.

Nota di merito invece per l’articolo de La Stampa: l’unico a parlare di giovani che “non hanno lavoro” (invece che di giovani che “non lavorano”) e sono “costretti” a vivere in famiglia. Un segnale di speranza, forse, per un giornalismo meno succube di slogan preconfezionati e che svolga il suo vero compito: aiutarci a capire la realtà così com’è – e non raccontarcene un’altra che non esiste.

A questo scopo, molto più utili dei fuorvianti titoli di quotidiani italiani risultano le lapidarie dichiarazioni degli addetti ai lavori. La sociologa Chiara Saraceno, ad esempio:

“L’Italia rischia di perdere una generazione, gli attuali giovani che più di altri risentono della crisi. Altro che bamboccioni. Bisogna essere solo fortunati a nascere nella famiglia giusta”

O lo stesso ISTAT, per bocca del suo direttore centrale Linda Laura Sabbadini:

“Basta, la parola ‘bamboccioni’ andrebbe abrogata dal nostro linguaggio. Il quadro è molto critico: 300 mila giovani occupati in meno nell’ultimo anno, aumentano i disoccupati inattivi, scarsa è la competenza rispetto agli altri paesi europei e i figli di operai non si laureano”