Presidente della Repubblica: perché è importante la quarta votazione

La maggioranza si abbassa, ma il Pd non è autosufficiente

di guido


La quarta votazione per il Presidente della Repubblica è una specie di punto di non ritorno, di importanza pressoché fondamentale.

Il perché è presto spiegato: la quarta votazione prevede un abbassamento del quorum. Non più i due terzi dell’aula, cioè 672 grandi elettori, ma la maggioranza semplice del 50% + 1, cioè 504. È la votazione in cui cadono gli eventuali accordi precedenti per un presidente condiviso e si cerca di eleggere il nome che raccoglie il maggior numero di consensi in una sola parte. Fu al quarto scrutinio che sette anni fa si arrivò all’elezione di Giorgio Napolitano: in quell’occasione il centrosinistra (che aveva provato a sondare Berlusconi sul nome di D’Alema) propose l’allora senatore a vita dopo che per i primi tre scrutini era stata votata scheda bianca. Il centrodestra non lo votò ma non presentò neppure un candidato alternativo.

Ora, al netto della figuraccia sulla candidatura di Franco Marini ritirata a furor di popolo, il Pd cerca di ripetere quella strategia, anche se con alcune grosse differenze. La più lampante è che, al contrario di Napolitano che tutto sommato rappresentava una figura di garanzia, l’ex premier è decisamente inviso al centrodestra; ma la differenza fondamentale è che, al contrario del 2006, il centrosinistra non ha i numeri per eleggere da solo il Capo dello Stato.

I grandi elettori di Pd e Sel sono 496, 8 in meno del quorum necessario. Certo, c’è la possibilità di un aiuto da parte dei grillini, visto che Prodi è pur sempre uno dei nomi usciti dalle Quirinarie, ma i rischi sono alti, anche perché Monti ha fatto capire che Scelta Civica non voterà per l’ex premier. E se la possibilità di qualche prodiano in libera uscita negli altri schieramenti è remota, molto meno remota è quella che ci siano ancora i franchi tiratori nel Pd.

È vero che il nome di Romano Prodi è uscito dall’assemblea dei grandi elettori all’unanimità, e che anche i renziani lo voteranno, ma è anche vero che il “padre” del Pd non è ben visto da una fetta del suo partito, in primis dalle correnti di D’Alema e Veltroni – per una volta d’accordo – che non a caso avevano proposto nei giorni scorsi soluzioni alternative: per Marini il primo, per un giurista esterno alla politica come Cassese il secondo.

E visto che, sin dall’annuncio della candidatura di Marini, i dietrologi vedevano le manovre di D’Alema, il quarto scrutinio sarà il momento della verità. Il Pd deve cercare di convincere qualche grillino o qualche montiano a votare Prodi, ma soprattutto dovrà tenere compatti i suoi grandi elettori: impresa che sembra piuttosto proibitiva dopo gli ultimi sviluppi.

Cosa accadrebbe se Prodi non ce la facesse al quarto scrutinio? Se la distanza dal quorum fosse minima, si potrebbe fare un altro tentativo domani, altrimenti anche la sua candidatura andrebbe a far compagnia a quella di Marini, e ci sarebbe spazio per D’Alema, il vero candidato del Pd secondo alcuni. Ma certo neanche lui starebbe al riparo dai franchi tiratori.

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