I Presidenti della Repubblica: Francesco Cossiga (1985-1992)

La biografia dell’ottavo Capo dello Stato italiano

di guido

Quella di Francesco Cossiga è, sin dalla gioventù, la storia di uno abituato a bruciare le tappe. Nato a Sassari nel 1928, si diploma ad appena 16 anni riuscendo a preparare la maturità dopo essere stato costretto a letto per mesi da un incidente in bicicletta. Si laurea a 20 anni e a 28 è segretario provinciale della Dc di Sassari, mentre suo cugino Enrico Berlinguer fa carriera nelle file del Pci.

Da Sassari, Cossiga guida la carica dei “giovani turchi”, una corrente sarda che chiede un cambiamento nel partito e si schierava contro l’allora presidente del Consiglio Antonio Segni. Cossiga conosce il leader Dc Mariano Rumor e, ad appena 30 anni, viene eletto deputato. Sarà, nel corso degli anni, il più giovane sottosegretario alla Difesa, il più giovane ministro dell’interno, il più giovane presidente del Consiglio, il più giovane presidente del Senato. Niente da meravigliarsi se dopo l’anziano Pertini, il Parlamento decise di eleggere il più giovane Presidente della Repubblica, appena 57 anni.

Francesco Cossiga: la gallery

L’elezione di Cossiga avviene per la prima volta nella storia al primo scrutinio, e per la prima volta la Dc riesce a far eleggere il suo candidato senza doverlo cambiare a metà della corsa. Come quasi sempre nella Prima Repubblica, la scelta avviene per un accordo tra le correnti: Cossiga rappresenta una figura equidistante da Andreotti, Forlani e De Mita, è gradito al centrosinistra ma non al Pci e all’Msi. Dopo la breve esperienza da presidente del Consiglio, si è ritirato per qualche anni a vita privata prima di ritornare come presidente del Senato, quindi ha acquistato anche le caratteristiche di una figura di garanzia.

Eppure la storia di Cossiga non è priva di controversie: da ministro dell’Interno negli anni di piombo ha impedito o represso numerose manifestazioni di destra e sinistra (in una di queste morì la giovane studentessa Giorgiana Masi) guadagnandosi l’odio di buona parte delle ali estreme dello schieramento parlamentare, e il soprannome di “Kossiga”, scritto con la K runica delle SS. Aveva sciolto i servizi segreti per riformarli con uomini fidati, ma soprattutto, è ministro dell’Interno durante il rapimento Moro, ed è il fautore della linea della fermezza che porterà poi all’uccisione dello statista.

Il suo settennato al Quirinale è diviso drasticamente in due, quasi si trattasse di persone diverse. Nei primi anni, Cossiga si comporta da semplice notaio delle scelte dei partiti, anche se non mancano decisioni forti: nel 1987, finito il governo Craxi, conferisce un mandato esplorativo a Nilde Jotti del Pci. Non trovando una maggioranza, richiama in campo il vecchio Fanfani, ma dopo pochi mesi dà l’incarico al semisconosciuto Giovanni Goria, a tutt’oggi il più giovane capo di governo italiano. I suoi discorsi di fine anno sono talmente noiosi che le rilevazioni Auditel testimoniano una fuga dei telespettatori dalla trasmissione, e così si decide di mandarli in onda a reti unificate anche sui canali privati.

Dopo la caduta del muro di Berlino, Cossiga cambia faccia. È probabilmente il primo a rendersi conto che niente sarà più come prima, anche perché, vicinissimo agli americani e alla Cia, si accorge che sta cambiando anche la tolleranza degli Usa verso la vecchia classe politica italiana. Comincia a menare fendenti contro tutto l’arco costituzionale, non risparmiando i suoi compagni di partito (tenterà di impedire la formazione di un nuovo governo Andreotti) ma soprattutto contro il Pci (Achille Occhetto viene da lui ribattezzato “lo zombie con i baffi”), diventando così “il picconatore”. L’unico partito a sostenerlo a questo punto è l’Msi, che condivide la sua battaglia moralizzatrice (e cerca legittimazione).

Ma a segnare l’ultimo periodo del suo mandato è il “caso Gladio”: nel 1990 Cossiga rivendica con orgoglio di aver organizzato negli anni ’60 la struttura paramilitare Gladio, facente parte della rete Stay Behind varata dalla Nato. Si trattava di un’organizzazione clandestina pensata per salvaguardare la sicurezza nazionale da possibili attacchi ma soprattutto dalla presa di potere della sinistra. Si aprono delle indagini, la Comissione stragi si esprime contro Gladio, e nel 1991 i parlamentari del Pci e della minoranza guidati da Luciano Violante e Marco Pannella chiedono la messa in stato d’accusa per Cossiga.

Seguono mesi di polemiche tra il Capo dello Stato, asserragliato al Quirinale (dove riceve quotidianamente i servizi segreti), e i partiti. Nel 1992 scoppia Tangentopoli, che sembra quasi confermare molte delle denunce di Cossiga sulla politica, ma il 25 aprile di quell’anno, a un mese dalla scadenza naturale del mandato, il Presidente si dimette con un discorso televisivo.

Il dopo-presidenza di Cossiga è stato decisamente il più attivo rispetto a quello dei predecessori: in un primo momento si ritira dall’attività politica, ma nel 1998 fa il suo ritorno in grande stile fondando l’UDR per riunire parte degli ex-Dc, e con questo partito porta alla nascita del governo D’Alema dopo la caduta di Prodi. Cossiga ha rivendicato con orgoglio di aver aperto la strada al segretario Ds, portandolo anche dal Papa per vincere le resistenze del Vaticano.

Sciolta l’UDR, lascia di nuovo la politica attiva e nel 2002 annuncia le dimissioni (presentate solo nel 2006 e respinte) da senatore a vita. Negli anni successivi scrive numerosi editoriali, anche sotto pseudonimo, per Libero e Il Riformista, ma soprattutto rilascia numerose interviste che scatenano polemiche (come quando consigliò a Maroni di far infiltrare finti provocatori nei cortei studenteschi). È morto il 17 agosto 2010 per insufficienza respiratoria.

Foto Quirinale.it

Francesco Cossiga
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