I Presidenti della Repubblica: Sandro Pertini (1978-1985)

La biografia del “nonno degli italiani”

di guido

Terminata nel peggiore dei modi possibile l’esperienza di Giovanni Leone al Quirinale, con le dimissioni anticipate, il Parlamento si trova a dover decidere il nuovo Capo dello Stato in uno dei periodi più bui della Repubblica, dopo l’assassinio di Aldo Moro e in pieni anni di piombo.

La Dc candida ai primi scrutini Guido Gonella, ma si sa che non è una candidatura forte: dopo il disastro-Leone, proprio come 14 anni prima con Segni, è il turno di un esponente di centro-sinistra. Il blocco socialista prova a ricandidare Francesco De Martino, indebolito però dalla drammatica vicenda del rapimento di suo figlio per cui pagò un riscatto, e il leader comunista Giorgio Amendola. Dopo diversi scrutini a vuoto, Bettino Craxi, che da poco ha preso le redini del Psi, punta su Antonio Giolitti, comunista riformista ben visto anche dalla sinistra Dc. Il Pri invece candida il suo leader Ugo La Malfa. Altri puntano addirittura sul quasi novantenne Ferruccio Parri, capo del governo ai tempi del Cln.

Alla fine, tra i veti incrociati, spunta il nome di Sandro Pertini. Il Pci cerca il socialista più lontano da Craxi (che infatti fa il suo nome per bruciarlo), la Dc decide di convergere sull’ex partigiano per evitare che sia eletto solo con i voti della sinistra, così anche Craxi deve capitolare e intestarsi la vittoria. Pertini viene così eletto al sedicesimo scrutinio con la più ampia maggioranza mai raggiunta, tutto l’arco costituzionale escluso l’Msi. È in contrario di Leone, non solo perché non è democristiano, ma anche perché con i suoi 81 anni è il più anziano Presidente al momento dell’elezione. E, al contrario del predecessore, non ha famiglia e sua moglie si terrà ben lontana dal Quirinale.

Sandro Pertini: la gallery

Nato in provincia di Savona nel 1896, Pertini aderì al Partito Socialista nel 1918 e durante il fascismo venne prima arrestato e poi mandato in esilio, esperienza che condivise con Filippo Turati. Tornò in Italia per la lotta di liberazione, e a questo periodo risalgono i punti più controversi della sua biografia. Capo partigiano e membro di spicco della Resistenza, si è parlato a lungo di un suo ruolo nella fucilazione degli attori repubblichini Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, mentre è certo il suo contributo alla decisione di giustiziare Mussolini (per anni si parlò di un suo coinvolgimento in prima persona nell’uccisione del Duce, ma si trattava di leggende).

Dopo la Liberazione, e un primo periodo passato ad aspettare la rivoluzione socialista, venne eletto nell’Assemblea Costituente. Da allora e per molti anni, fu considerato una specie di “monumento a se stesso”, una personalità da riverire ma da tenere lontano da incarichi di governo, e infatti venne eletto presidente della Camera in virtù della sua anzianità. Ricoprendo questa carica si garantì le simpatie degli italiani con un gesto da “grillino ante-litteram”: rifiutò infatti di firmare, nel 1974, l’aumento dell’indennità dei deputati, minacciando le dimissioni(“Ma come, dico io, in un momento grave come questo, quando il padre di famiglia torna a casa con la paga decurtata dall’inflazione… voi date quest’esempio d’insensibilità? Io deploro l’iniziativa”, raccontò poi).

Da Capo dello Stato, Pertini riprese quel piglio “presidenzialista” che aveva caratterizzato i settennati di Gronchi e Saragat: per nulla incline ad accontentare Dc e Pci, intervenne più volte nella politica del governo sia con dichiarazioni esplicite, sia soprattutto incaricando i primi presidenti del consiglio non democristiani della storia repubblicani: Giovanni Spadolini (dopo un incarico esplorativo a Ugo La Malfa) e soprattutto Bettino Craxi (che si presentò al Quirinale in blue-jeans, e Pertini lo rimandò a casa a cambiarsi). Nomina 5 senatori a vita, inaugurando una nuova interpretazione dell’articolo 59 della Costituzione secondo cui 5 non è il numero massimo di senatori a vita previsto ma quello permesso per ogni presidente.

Amatissimo dalla gente, non ha mai mancato di partecipare a eventi pubblici e a situazione che potessero portargli simpatie, nello stesso modo in cui si muoveva negli stessi anni Giovanni Paolo II, si cui Pertini era grande amico pur essendo ateo. Notissima la sua partecipazione alla finale dei mondiali del 1982 vinti dall’Italia, e il viaggio di ritorno sull’aereo degli azzurri; nota anche, ma per altri motivi, la sua incursione a Vermicino durante le operazioni per cercare di salvare il piccolo Alfredino Rampi. In molti notarono che l’arrivo di Pertini portò ulteriore confusione e ritardò i soccorsi.

Pertini fu soprattutto il “presidente dei funerali”: per caso o per scelta, non ci fu funerale illustre in Italia o all’estero a cui non partecipò, da quello del sindacalista di Guido Rossa a quello delle vittime della strage di Bologna e di Enrico Berlinguer, per arrivare a quello del presidente egiziano Sadat (camminando in mezzo alla folla) e del leader sovietico Cernenko.

Numerose anche le sue gaffe, che secondo molti erano studiate: confondeva il Guatemala con il Nicaragua e gli israeliani con i libanesi, riferiva alla stampa le confidenze ricevute da capi di stato e dai suoi stessi governanti, come quando annunciò il ritiro dal Libano senza che il governo lo sapesse.

Arrivò in perfetta forma allo scadere del suo settennato, e nel 1985 fece sapere di essere disposto alla rielezione a dispetto dell’età avanzata: d’altronde nel 1978 aveva rassicurato: “Mia madre morì a 90 anni, e solo perchè cadde da una sedia. Mio fratello ha felicemente raggiunto quota 94”. Ma i partiti non ne vollero sapere, e Pertini si ritirò nel suo appartamento con vista sulla Fontana di Trevi dove morì a 93 anni nel 1990.

Foto Quirinale.it

Sandro Pertini
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