I Presidenti della Repubblica: Giuseppe Saragat (1964-1971)

Il quinto Capo dello Stato negli anni della contestazione.

Dopo il complicatissimo biennio di Antonio Segni al Quirinale – uomo della Dc vicino alla destra e ai monarchici – è la volta di un social democratico: Giuseppe Saragat. Fondatore della socialdemocrazia italiana e fautore della scissione socialista del 1947 che porterà alla nascita del Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI). Un socialismo moderato che accetta e appoggia l’Alleanza Atlantica con gli Stati Uniti.

La storia della sua elezione al Quirinale è una delle più intricate della storia italiana, ma partiamo dall’inizio: Saragat nasce a Torino nel 1898, figlio di immigrati sardi, si laurea in Scienze Economiche e Commerciali e nel 1922 aderisce al Partito Socialista. Fin dagli esordi la sua adesione al socialismo non è dettata da una vocazione ideologica, ma più che altro da uno spirito di solidarietà nei confronti delle classi sociali più deboli e dallo spirito di rivalsa nei confronti dei “figli di papà”, come dirà lui stesso.

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Il fascismo sale al potere e Saragat prende la via dell’esilio, fuggendo in Svizzera, Austria e Francia e iniziando a prendere coscienza di una corrente politica (“Austromarxismo”) che tende a conciliare il pensiero di Karl Marx con la socialdemocrazia. Il suo ritorno in patria è rocambolesco: nel 1943 decide di combattere contro la Repubblica di Salò, ma viene arrestato dai tedeschi e rinchiuso a Regina Coeli, dove divide la cella con Sandro Pertini (due futuri presidenti della Repubblica nella stessa cella, un’immagine incredibile). I due riescono a evadere nel 1944 grazie a un gruppo di partigiani che falsificò un ordine di scarcerazione.

Da qui parte la carriera politica vera e propria di Giuseppe Saragat, che diventa ministro nel 1944, ambasciatore in Francia nel 1945 e viene infine eletto all’Assemblea Costituente nel 1946. La sua contrarietà all’alleanza tra socialisti e comunisti (che culminerà nel Fronte Popolare) lo porta a decidere per la scissione della sua corrente, che nel 1947 fonderà il Partito Socialista Democratico Italiano. Una posizione che gli procurerà le ire accesissime dei suoi ex compagni, che lo additeranno come “social-fascista, social-traditore, rinnegato”.

Nelle fondamentali elezioni del ’48 il suo partito non ha un gran successo, raccogliendo tra il 4 e il 7% dei voti, ma riesce comunque a ottenere 43 seggi tra Camera e Senato. Candidato presidente della Repubblica di bandiera dei socialdemocratici, riesce a ottenere la sua chance nel 1964, ma solo dopo un susseguirsi di votazioni lunghissimo, che porterà il candidato Dc Giovanni Leone a parlare di “supplizio cinese”.

Dopo la lunga malattia, Antonio Segni ha avuto finalmente il permesso di dimettersi: la Dc candida Leone, Psi, Pri e Psdi lanciano Saragat. I comunisti “di destra” – con a capo Giorgio Amendola – sono disposti a convergere su di lui, mentre l’ala sinistra – capitanata da Ingrao e Alicata punta sul democristiano Fanfani. Il Pli si trova da solo con il suo candidato Gaetano Martino. Viste le posizioni, il candidato con le maggiori chance di successo è Giovanni Leone.

Ma le cose raramente vanno come previsto, e Leone affonda sotto i colpi dei franchi tiratori della Dc guidati da Carlo Donat Cattin, da Ciriaco De Mita e da Fanfani. Ci prova il Vaticano a convincere i democristiani a smettere di boicottare il loro candidato, ma non è sufficiente, e il 24 dicembre Leone si ritira. Per la prima volta nella storia, il Parlamento sta aperto anche il giorno di Natale. In giro si dice che tutto questo tirare per le lunghe sia fatto al solo scopo di prendere dei gettoni di presenza particolarmente invitanti, la notizia è falsa ma ci serve per capire che anche allora l’antipolitica era di moda.

Per sbloccare la situazione è necessario che sia il segretario del PSDI, Mario Tanassi, ad andare a chiedere esplicitamente i voti per Saragat a socialisti e comunisti, che faticosamente accettano. Anche la Dc a questo punto è favorevole. Il 28 dicembre, al ventunesimo scrutinio, Saragat viene eletto quinto presidente della Repubblica Italiana, con 646 voti su 937: quelli di tutti i partiti, eccetto Pli e Msi. Nell’umile discorso di insediamento, Saragat dice: ““So che gli unici titoli che mi hanno raccomandato ai vostri suffragi sono le convinzioni democratiche e un passato di militante per la libertà. Cercherò di esser degno del vostro voto”.

Sul fronte internazionale, Saragat conferma la fedeltà agli Stati Uniti senza però negarsi qualche aspra critica sulla guerra in Vietnam; mentre sul fronte interno la situazione si complica sempre di più: il suo settennato coincide con l’inizio della contestazione e con l’esordio della strategia della tensione. In questi anni il suo obiettivo politico sarà la riunificazione del fronte socialista – a cui dovrà rinunciare perché il contemporaneo fallimento del centrosinistra avrebbe portato il PSDI a scomparire nell’abbraccio con socialisti e comunisti – mentre il sogno coltivato sarà quello di presentarsi come il “De Gaulle italiano”, per prendere in mano l’incandescente situazione; ma anche questo piano verrà accantonato.

Presidenti della Repubblica: Giuseppe Saragat
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