I Presidenti della Repubblica: Luigi Einaudi (1948-1955)

Secondo Capo dello Stato, come De Nicola monarchico convinto. Visse anche in esilio a causa del suo esplicito antifascismo.

I casi della storia vogliono che i primi due presidenti della neonata Repubblica italiana furono due monarchici: Enrico De Nicola, presidente provvisorio per due anni, e Luigi Einaudi, che prese il posto del predecessore nel 1948. A differenza di De Nicola, però, Einaudi ha alle sue sue spalle un integerrimo passato antifascista.

Nato a Carrù (in Piemonte, nella provincia di Cuneo) nel 1874, studia Giurisprudenza a Torino. Ed è negli anni universitari che si avvicina al socialismo, iniziando a collaborare con la rivista Critica sociale, diretta da Filippo Turati. La sua simpatia per le teorie socialiste dura però solo un decennio, durante il quale si avvicina sempre di più alle teorie liberiste e liberali, che nel pensiero economico che svilupperà durante tutta la sua vita rimarranno sempre due correnti di pensiero strettamente legate e interconnesse, come è nella tradizione politico-economica anglosassone. Rifacendosi a due giganti del pensiero liberale come John Stuart Mill e John Locke, Einaudi esalta i valori di individualità, libertà d’iniziativa, pragmatismo.

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La sua vita professionale inizia come docente di Scienza delle finanze prima all’Università di Torino e poi alla Bocconi di Milano. Contemporaneamente scrive di economia per La Stampa e per il Corriere della Sera e inizia la sua carriera politica con l’elezioni nel 1919 al Senato del Regno D’Italia. Pochi anni dopo inizia a prendere piede il movimento fascista, dal quale – lontano com’è dalle sue posizioni liberali – non sarà mai attratto.

E infatti si unisce subito ai firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce – suo avversario in campo economico – nel 1925. Ma il Fascismo sale al potere, ed Einaudi è costretto a interrompere la sua attività giornalistica e a rifugiarsi in Svizzera, dove continua a scrivere per l’Economist.

Nel 1943 torna in Italia dopo la caduta del fascismo, salvo dover nuovamente fuggire a causa dell’invasione nazista seguita all’8 settembre e fare finalmente ritorno in Italia sul finire del 1944. La sua carriera politica decolla immediatamente: Governatore della Banca d’Italia, ricopre l’incarico dal 5 gennaio 1945 all’11 maggio 1948. Pur essendo un convinto monarchico, viene nominato componente della Consulta Nazionale dal 1945 al 1946. Viene eletto deputato all’Assemblea Costituente nel 1946 come rappresentante dell’Unione Democratica Nazionale. Diventa Senatore e soprattutto ministro delle Finanze, del Tesoro e del Bilancio tra il 1947 e il 1948.

In questi anni e ricoprendo questi ruoli getta le basi che porteranno al boom economico italiano, facendo leva sulla diminuzione della tassazione interna e dei dazi doganali. Nel frattempo è terminato l’incarico provvisorio di De Nicola, e bisogna eleggere il nuovo presidente della Repubblica. De Nicola cerca di farsi rieleggere – dopo aver passato il tempo a minacciare di dimettersi -, la Dc di De Gasperi punta sul conte Carlo Sforza. Ma il repubblicano Sforza viene bloccato dai veti incrociati di socialisti e comunisti (allora uniti nel Fronte Popolare), della sinistra Dc e di Giuseppe Saragat, che ha dato vita da poco al Partito Social Democratico Italiano.

Il 10 maggio, al primo scrutinio, Sforza raccoglie 353 voti su 833 votanti (contro i 396 di De Nicola). E così la scelta cade su Luigi Einaudi, che a ricoprire quel ruolo non ci pensava proprio. È Giulio Andreotti a informarlo di essere diventato il nuovo candidato di punta al Quirinale: Einaudi viene eletto al quarto scrutinio, con on 518 voti su 871 (il 57.5 per cento) provenienti dalle fila di Dc, Pli e Pri.

Il trasferimento al Quirinale questa volta avviene per davvero, dopo che De Nicola si era rifiutato per umiltà di risiedere nelle stanze in cui aveva vissuto il Re, e può così cominciare quello che è ricordata come la migliore presidenza della Repubblica della storia d’Italia, che Einaudi ha vissuto mentre l’Italia era alle prese con la ricostruzione e con i primi segnali di boom economico.

Uomo tutto d’un pezzo, mai sfiorato da sospetti di scorrettezza istituzionale o interessi personali non era molto avvezzo al compromesso, come ricorda con una punta d’acidità Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano:

Una volta, nel 1953, la Dc tenta di porre il veto su un ministro – Salvatore Aldisio – scelto da lui e dal presidente del Consiglio Giuseppe Pella in fase di rimpasto: è Aldo Moro a portare il diktat al Quirinale. (…) Il presidente lascia cadere il governo pur di non cedere di un millimetro dalle sue prerogative. Convinto com’era che “non le lotte e le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e le unanimità dei consensi”. Una lezione per qualche successore, ossessionato dal mito delle “larghe intese”, del “moderare i toni” e dell’evitare “scontri”.

Presidenti della Repubblica: Luigi Einaudi
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