World Communication Forum: la fiducia

La “fiducia”: un concetto chiave nel mondo dell’informazione e della comunicazione. Ma quali sono le pratiche per ottenerla? E quali le differenze fra “comunicare” e “informare”?

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World Communication Forum

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Partecipo, come relatore, a un incontro che si è tenuto al World Communication Forum, nel Palazzo della Borsa, a Milano. E’ la prima volta che vedo dal vivo il famoso “dito” di Cattelan, e mi chiedo se sia un “dito” effettivamente rivolto al palazzo e a tutto quel che simboleggia, oppure se sia, invece, rivolto dal palazzo a tutti gli altri. Chissà. A giudicare dalla collocazione, sono valide entrambe le ipotesi.

Anche se l’incipit sembra essere fuori tema, lo è molto, visto che il palazzo della Borsa è un luogo simbolo della finanza; visto che nella finanza “la gente” (per quanto possa avere un senso questo termine, abusato) non ha più fiducia e visto che all’incontro si parlava proprio di fiducia. O trust, se preferite la versione anglofona.

Non mi sorprende scoprire che “la gente” (sic) abbia meno fiducia nei media, non mi sorprende affatto. Non potrebbe essere altrimenti. Come ci si può fidare, quando si pesca il proprio “guru” giornalistico preferito a dire cose che gli convengono per le sue tesi e a ometterne altre; quando note testate traducono male interviste da lingue estere e ci costruiscono su titoli di servizi; quando altri “guru” copia-incollano passi da wikipedia e offrono traduzioni improbabili di nomi come “Pussy Riot”; quando il giornalismo, invece di essere un canale fra l’informazione e il pubblico, si è trasformato in un palcoscenico?

Lo scopro persino su me stesso, questo progressivo decadimento della fiducia (perché è un decadimento generalizzato): quando leggo un’agenzia con un virgolettato, spesso, invece di iniziare a scriverci un pezzo, vado a cercare eventualmente un video per verificare se sia stato pronunciato davvero quel virgolettato, e davvero in quella forma, e soprattutto in quale contesto.

Non mi sorprende nemmeno scoprire che – lo dice la medesima ricerca – in Italia ci si fidi, più che altro, e più di tutti, di chi “ci somiglia” di più. Di “qualcuno come me”

In fondo, come spiego nel corso del mio intervento, è molto rassicurante rinchiudersi nelle proprie nicchie relazionali: i social network, in definitiva, favoriscono questo tipo di chiusura, con l’illusione dell’apertura. Facebook ti tiene sempre più in contatto con persone che la pensano già come te (tendi a visualizzare con maggior frequenza quel che è piaciuto molto fra le condivisioni dei tuoi amici o agli amici dei tuoi amici: non è un caso, e si suppone che questo ti offra una serie di condivisioni da vedere che rispondono ai tuoi gusti). Twitter, in effetti, non è proprio così vista l’impostazione (ancora) cronologica del feed. Ma comunque, in generale, l’illusione di estrema apertura dei social media risponde alle medesime esigenze del “marchio”, della “testata” di un giornale: se in casa si è cresciuti leggendo “il Giornale” si troverà quel che scrive “il Giornale” altamente condivisibile. Lo stesso dicasi per “Repubblica” o altro.

Ovviamente, si può anche rispondere ad altre esigenze. Penso, ad esempio, al Fatto Quotidiano, che si è inserito in una nicchia di mercato che aveva una forte domanda: giustizialismo, ricerca della “verità” (virgolette d’obbligo, inutile aprire una lunga parentesi sul tema. Basta ricordare il valore relativo di un concetto espresso, invece, con una parola “assoluta”), voglia di scoprire le “magagne” della società.

E proprio su questo punto c’è un altro elemento da sviscerare, visto che si parla di informazione e comunicazione (anche da parte delle istituzioni e delle aziende).

Le istituzioni hanno la necessità (leggasi anche: il disperato bisogno, in tempi di perdita di fiducia) di comunicarsi all’esterno come “senza macchia” (lo stesso vale per le aziende. Si tratta di comunicazione di prodotto) per sopravvivere: devono essere riconoscibili per la loro terzietà, imparzialità et similia.

Allo stesso modo, chi fa informazione (sia esso giornalista o blogger: incarnando, o avendo incarnato, entrambi i ruoli, non mi sembra che ci sia tutta questa differenza, fatto salvo per un tesserino e l’appartenenza a un ordine) non vede l’ora (leggasi anche: ha il disperato bisogno, per racimolar lettori e click e credibilità) di trovare queste “macchie” e di raccontarle al suo pubblico.

Un pubblico che dovrà imparare ad aver fiducia. Il fatto è che tutto il fenomeno degli influencer, dal mio punto di vista, ha poco a che fare con la vera fiducia e ha, invece, molto a che fare con il concetto di marchio e la veicolazione dello stesso. La pubblicità, insomma. Penso al caso di Beppe Grillo, per esempio: è senz’altro – al netto di qualsiasi considerazione politica – il miglior prodotto-influencer che esista in Italia oggi. La fiducia in lui, da parte dei suoi fan o followers o lettori (lo zoccolo duro) è cieca: il sogno di ogni azienda o istituzione. Fa parte del gioco, per carità.

Da parte nostra, giornalisti o blogger, che possiamo fare per acquisire fiducia? Ho iniziato, quando ero già giornalista, come blogger. Blogo non era una testata, il mio raggio d’azione si fermava a TvBlog: mi firmavo con un nickname, uno pseudonimo, Malaparte. Lo utilizzo ancora, all’interno del mio cognome: forse, ora che ci ho messo la faccia, ho perso in “influenza”, ma guadagnato in credibilità. Da allora a oggi ho imparato che ci sono alcune buone pratiche da seguire, sul web, per acquisire fiducia da parte dei propri lettori. E’ una fiducia che non si compra, che si ottiene solo sul lungo periodo e che richiede tempo e dedizione.

    Dare le notizie
    Darle prima degli altri, se sono “nostre”
    Darle tempestivamente, se sono “derivate”
    Verificarle, arricchirle, ampliarle, studiarle e spiegarle
    Non fingere di essere super partes, non fingere di non avere opinioni, né mascherarle da verità: dichiararle, anzi, come opinioni e farne un elemento distintivo
    Non atteggiarsi a guru
    Dare spazio a tutte le opinioni
    Accettare il rapporto con i lettori quando possibile
    Limitare al massimo gli errori
    Visto che non si possono ridurre a zero, ammettere gli errori pubblicamente, dichiararli, scusarsi e correggerli.

Operazione difficile: siamo esseri umani, in fondo. Ma fortunatamente non ho mai voluto apparire senza macchia. Così, su Blogo, siamo pronti ad ammettere i nostri errori e ad attuare queste “buone pratiche”.

A cominciare dal sottoscritto.

Alberto Puliafito

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