Che fine hanno fatto i dieci saggi di Napolitano?

Dopo la gaffe di Onida, il silenzio

di guido

Sono passate quasi due settimane da quando Giorgio Napolitano annunciò l’arrivo di due commissioni composte da personalità eccellenti, incaricate di gestire il periodo di decantazione seguito al fallimento dell’incarico esplorativo di Bersani. Pochi giorni dopo, ecco i dieci saggi.

Sono seguite battute e polemiche, e la puntualizzazione di Napolitano secondo cui il lavoro dei “saggi” si sarebbe esaurito in tempi brevi. Da allora più nulla, a eccezione della gaffe di Valerio Onida: il costituzionalista, vittima di uno scherzo telefonico, aveva ammesso con una finta Margherita Hack che i saggi “non servono a niente”. La pietra tombale su un tentativo nato male e cresciuto peggio.

Nato male perché Napolitano ha voluto forzare una situazione di stallo resa ancora più insostenibile dal fatto di essere alla scadenza del mandato. Avrebbe potuto fare altre cose, ma tutte con delle controindicazioni: avrebbe potuto dimettersi e lasciare tutto al suo successore, ma avrebbe creato un ulteriore vuoto di potere; avrebbe potuto proseguire le consultazioni e, sul modello greco, dare l’incarico esplorativo a scalare, al secondo e poi al terzo partito; avrebbe potuto conferire l’incarico pieno a Bersani e mandarlo alle Camere e nella peggiore delle ipotesi il governo avrebbe comunque gestito l’ordinaria amministrazione come Monti, senza fiducia ma con una maggiore legittimazione dal voto.

Invece ha preferito temporeggiare e affidarsi a una soluzione inedita, che ha fatto storcere il naso e parlare di “deriva presidenzialista”. Il modello olandese, citato come riferimento, ha poco a che vedere con questa esperienza, perché è stato chiaro sin dall’inizio che i partiti non volevano “badanti”. Ed ecco perché l’esperimento è cresciuto peggio: il problema delle mancate intese non riguarda la stesura di un programma di governo o delle misure urgenti da prendere – quelle sono chiare più o meno a tutti – ma l’incomunicabilità tra i leader e, fattore non secondario, la lotta per eleggere proprio il successore di Napolitano.

Quindi, che fine hanno fatto i saggi? In questo momento saranno riuniti in qualche salone del Quirinale approntando un dossier che dovrà essere consegnato al nuovo Presidente della Repubblica e da lì al nuovo governo. Che fine faranno queste proposte non è dato saperlo anche se qualche sospetto c’è. Insomma, Onida aveva ragione: i saggi sono solo un modo per prendere (e perdere) tempo in attesa che la situazione si sblocchi, ma dando l’idea di non stare con le mani in mano. Per citare un modo di dire partenopeo, usato anche all’indomani della scelta di Napolitano, “Facite ammuina”.

E a ulteriore dimostrazione di questo, c’è il fatto che Silvio Berlusconi non ha dato seguito alla minaccia di ritirare il “suo” Gaetano Quagliariello dalla delegazione. Aveva dato 48 ore, poi 72, di tempo per arrivare a una conclusione, poi la minaccia non ha avuto seguito. Ha capito che non ce n’era alcun bisogno, i saggi sono già caduti nel dimenticatoio.

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