Università e ricerca: gli esiti delle politiche del Centrodestra

Si parla spesso di crisi della ricerca e dell’università in Italia, ma che cosa significa questo per la produzione scientifica del nostro paese, al di là della mera contabilità dei finanziamenti che diminuiscono di anno in anno?Recentemente Guido Martinotti, decano della sociologia italiana, ha pubblicato un vivace articolo in cui si interroga sulla sorte delle


Si parla spesso di crisi della ricerca e dell’università in Italia, ma che cosa significa questo per la produzione scientifica del nostro paese, al di là della mera contabilità dei finanziamenti che diminuiscono di anno in anno?

Recentemente Guido Martinotti, decano della sociologia italiana, ha pubblicato un vivace articolo in cui si interroga sulla sorte delle scienze sociali italiane. Al netto di una serie di riflessioni comprensibili solo agli insider della disciplina, è interessante quanto racconta a proposito dell’European Social Survey.

L’ESS è un’indagine sociologica su scala continentale, riconosciuta dalla Commissione Europea “come LSF (Large Scale Facility) propria delle scienze sociali, analogamente a strutture come i grandi telescopi consortili come l’ESO”. Nonostante la sua importanza, però, questa sorta di enorme sondaggio che mira a comparare le tendenze delle principali società europee viene condotto in tutti i paesi dell’Unione tranne uno. Indovinate quale.

Ogni “ondata” dell’ESS (che si svolge a cadenza biennale) viene finanziata congiuntamente dall’Unione e dagli enti preposti al finanziamento della ricerca in ogni paese. Purtroppo però, come racconta Martinotti, “tra il secondo e il terzo round si passa da 26 a 25 partecipanti (per poi risalire a 31): il paese che è uscito, grazie al CNR è l’Italia”.

Nelle sue parole:

il CNR ha finanziato la prima ondata, poi è arrivato il subcommissario De Mattei (subcommissario del C.N.R. con delega per il settore delle macroaree delle scienze giuridiche, socio-economiche, umanistiche e dei beni culturali, ndr) e solo dopo la perorazione personale del prof. Antonio Schizzerotto il CNR ha contribuito a una parte soltanto, mentre il resto è stato messo dall’Università di Milano – Bicocca con l’aiuto di varie fondazioni tra cui la Cariplo e la Compagnia di San Paolo che si sono accollate il carico dell’ignavia del CNR. Poi non è stato più possibile ottenere nulla,(..) si deduce chiaramente l’estrema insularità della nostra istituzione i cui responsabili si comportavano come persone assolutamente non al corrente delle minime caratteristiche dell’attività che si erano impegnati a sostenere. (..)

Il vero problema (..) è il danno che il CNR di De Mattei ha fatto alle scienze sociali italiane emarginandole dal più importante strumento di osservazione comparato della storia europea di queste discipline. Buttati fuori dalla disastrosa ignavia di chi ne aveva la responsabilità, dopo che il Dipartimento responsabile e due importanti fondazioni milanesi e torinesi avevano investito centinaia di milioni per le prime due ondate di rilevazione. Ma il danno è stato fatto anche agli altri studiosi: mutatis mutandis sarebbe come se nella LSF degli astronomi il team incaricato di condurre le osservazioni su Marte o Plutone, a un certo punto scomparisse e con esso l’oggetto di studio. Vi immaginate che identità acquisterebbe agli occhi della comunità internazionale un istituto nazionale delle ricerche che facesse una cosa del genere? Bene è esattamente quello che è successo alla LSF degli scienziati sociali con l’uscita del CNR dalla European Social Survey, unico paese su 30

Ma c’è di più:

Ora il CNR sta muovendosi nel senso di concentrare in unica unità tutta la ricerca nelle scienze umane (..) E come si chiamerà questa unità? “Identità culturale italiana”, ovvio. Così (..) il cognitivista che studia gli effetti delle tecnologie sulla psicologia individuale, il sociologo che studia tecnologia e globalità, lo studioso di mobilità e degli effetti delle ICTs sul comportamento e sul ragionamento, per citare solo alcuni lemmi di un elenco lunghissimo, saranno costretti a mettere “Identità culturale italiana” nei loro progetti. Come quando si doveva dire Vanda Osiri, mescita invece di bar, bevanda arlecchina invece di cocktail e via dicendo

La responsabilità di questo “concentrarsi sul proprio ombelico” viene attribuita dal sociologo milanese alle caratteristiche del già citato Roberto De Mattei, che è anche vicepresidente del CNR:

un signore associato di storia (..) nell’Università romana dei Legionari di Cristo, che ha idee molto chiare su cosa debba essere questa identità. “L’identità italiana non è solo genericamente cattolica, ma si definisce in funzione del Papato. La vocazione dell’Italia non è solo ospitare il Papato, ma servirlo, permettere al Papato di svolgere il suo ruolo universale. L’Italia è se stessa quando serve la Chiesa, l’Italia rinnega la propria vocazione, tradisce la propria identità, quando rifiuta la Chiesa. (..)”. Poi siccome non bastava che dirigesse le scienze sociali, a questo signore, che è lì per meriti esclusivamente politici, essendo stato imposto manu militari prima dal ministro Moratti poi dal Ministro Gelmini, si affida la Vice-presidenza del maggiore istituto di ricerca scientifica del paese, posizione dalla quale organizza, con i soldi della nostra ricerca scientifica, un convegno sul creazionismo. In seguito al quale si verifica una rivolta internazionale

Se l’inquietante ricostruzione della storia recente delle scienze sociali in Italia fatta da Martinotti si dimostrasse corrispondente a verità, saremmo costretti a constatare un fatto: i problemi del rapporto tra ricerca e politica in Italia non si riducono a quelli finanziari.

C’è né probabilmente anche un altro: quello di una politica che impone ai vertici della ricerca italiana accademici fortemente ideologizzati, che influiscono forse tanto quanto la scarsità di risorse nel determinare l’arretratezza e il provincialismo della nostra ricerca.

Che è un po’ come dire che non solo si spende di meno, ma anche peggio.