Messa in latino: Blogosfere intervista il vaticanista Fabrizio Falconi

Papa Benedetto XVI, alcuni giorni fa, ha pubblicato il motu proprio "Summorum Pontificum", con il quale viene "liberalizzato" l'uso della Messa in latino secondo il rito anteriore alla riforma liturgica del 1970. Il testo è molto complesso e sui media è passato subito il concetto del "ritorno alla Messa in latino". In realtà le cose

di sara

Papa Benedetto XVI, alcuni giorni fa, ha pubblicato il motu proprio "Summorum Pontificum", con il quale viene "liberalizzato" l'uso della Messa in latino secondo il rito anteriore alla riforma liturgica del 1970.

Il testo è molto complesso e sui media è passato subito il concetto del "ritorno alla Messa in latino". In realtà le cose non stanno proprio così, come potrete leggere nell'intervista pubblicata qui di seguito.

Il documento, però, ha fornito lo spunto per riflettere sul ruolo della Chiesa nella nostra società. Alcuni, infatti, pensano che la scelta del latino dia l'impressione di una Chiesa che, anzichè modernizzarsi, rimanga legata alla tradizione scoraggiando ancora di più i giovani nell'avvicinamento al cristianesimo.

E' davvero così? Che senso può avere la pubblicazione di questo documento? E' segno di maggiore "uguaglianza" nella Chiesa o è un ritorno al passato? Può essere la scelta giusta di fronte all'emergere di linee radicali e fondamentaliste di altre religioni? Oppure si rischia di comunicare un "irrigidimento" che va scontrarsi con le richieste di apertura della Chiesa da parte di alcuni?

Abbiamo cercato di approfondire l'argomento con un'intervista a Fabrizio Falconi, vaticanista di Mediaset che ha cercato di spiegarci il senso di questo documento e le varie implicazioni relative alla comunicazione della Chiesa e al suo rapporto con la società. Ecco qui sotto cosa ci ha risposto Fabrizio:

E' stato pubblicato da Benedetto XVI il "Summorum Pontificum". E' un documento complesso. Ci può spiegare, a grandi linee, che cosa cambia per la Chiesa?

Il "Summorum Pontificum" in effetti è un documento complesso, sul quale il Papa ha meditato a lungo, ed è stato emesso con la modalità del ‘motu proprio’, si tratta cioè di una decisione presa ‘di propria iniziativa’ dal Papa, con le prerogative che dipendono dal suo potere, senza nessun intervento o iniziativa da parte della Curia Romana.

Per essere precisi dal punto di vista pratico, nonostante il gran rumore sui giornali e sui media, cambia assai poco, per i fedeli. E’ infatti bene chiarire che la messa con il vecchio rito, pre-conciliare, cioè la messa con rito tridentino, in latino, non è mai stata cancellata, non è mai stata giuridicamente abrogata dal diritto canonico.

Il cambiamento vero e proprio è di carattere oserei dire burocratico: nel senso che mentre fino al ‘motu proprio’ del Papa occorreva – per celebrare la messa in latino – una richiesta scritta di un certo numero di fedeli e l’autorizzazione del vescovo, oggi tale rito viene per così dire ‘liberalizzato’, e ciascun parroco potrà organizzare nella propria parrocchia messe con rito straordinario – cioè tridentino, in latino – se ci sia un numero sufficiente di fedeli che lo desiderino.

quattrini_1.jpgLa Chiesa viene spesso accusata di non essere moderna. Il ripristino del latino non potrebbe essere inteso come un motivo di ritorno al passato e, quindi, di incapacità della Chiesa di innovarsi?

Questo è più che altro un problema di comunicazione. Spetta infatti alle gerarchie ecclesiastiche, che non mancano di mezzi adeguati, promuovere una campagna che faccia intendere come, in questo caso, innanzitutto non vi è alcun ‘ripristino’ della messa in latino, ma solo la liberalizzazione di un qualcosa che già esisteva. E secondo: che la valorizzazione del latino non è una semplice scelta conservativa. Da quel che ne so, nelle parrocchie sono proprio le generazioni più giovani ad essere interessate dall’uso del latino e dal recupero di questa antica tradizione.  Poi tutti quelli che vogliono possono continuare a seguire la messa con il rito post-conciliare a cui siamo abituati.

Riportiamo un'agenzia: "Il ripristino, sia pure in via facoltativa, della messa in latino, comprendente la vecchia formula dell'invito ai fedeli a pregare affinche' gli ebrei vengano liberati dall''accecamento' e dalle 'tenebre', puo' avere delle ripercussioni negative, sia, in generale, sul piano del rapporto ebraismo-cristianesimo, sia, in modo piu' specifico, sul piano del dialogo interreligioso ebraico-cristiano, gia' di per se' cosi' delicato e fragile''. Lo sottolinea Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano, presidente dell'Assemblea rabbinica italiana". Sono davvero a rischio i rapporti tra cristiani ed ebrei o sono polemiche infondate?

Qui si è fatta davvero molta confusione.  La preghiera del venerdì santo «per i perfidi giudei» non esiste più dal 1962 . E’ bene anche ricordare che il termine ‘perfidis’ in latino non ha l’accezione italiana, di ‘cattivo’, ‘malefico’, ma significa ‘privo di fede’ o ‘miscredente’.  Già il vecchio messale aveva cancellato quella espressione.

La preghiera attuale  – che fra l’altro non si recita in ogni messa, ma solo per la liturgia della Passione, il venerdì Santo, in base al messale adottato nel 1969 ed entrato in igore nel 1970 sotto Paolo VI, recita: "Preghiamo per gli ebrei, perché Dio "li aiuti a progredire sempre nell'amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza".  Quindi credo che la dichiarazione raccolta dal rabbino Laras sia dovuta ad un equivoco, probabilmente è stata fatta prima della precisazione giunta dal Vaticano.  D’altronde un ebreo non è tenuto a conoscere il testo dell’antica  messa in latino, e ne sa  quello che – assai confusamente – è stato riportato in questi giorni.

Comunque non mi permetto di entrare nel merito delle suscettibilità religiose reciproche. Però, da osservatore esterno, valuto che i rapporti tra Vaticano e autorità rabbiniche italiane, in questi ultimi anni, sono molto buoni.  Come forse di rado lo sono stati.

Come ultimamente succede spesso, la Chiesa prende una decisione e alcuni trovano motivi per attaccarla. E' la Chiesa che non sta al passo con la società o è  un problema di capacità di comunicazione della Chiesa stessa? O che cosa?

E’ sicuramente un problema che investe le gerarchie ecclesiastiche, in primis.  Negli ultimi tempi sembra sempre più difficile per la Chiesa comunicare la vera sostanza di certe decisioni o iniziative. Molto spesso ciò che arriva è esattamente l’opposto di ciò che è stato deciso, o detto. Quindi c’è sicuramente una difficoltà della Chiesa, un bisogno di rivedere le dinamiche di comunicazione.

Al di là di questo però mi sembra anche di poter dire, serenamente, che in certi casi si assiste ad un ‘dialogo tra sordi’. C’è anche insomma, una volontà di non capire o di far finta di non capire. Poi cosa significa ‘Stare al passo con la società?’  E’ ovvio che la Chiesa non può ‘adattarsi’ tout court alla società, ai cambiamenti del costume, della morale, dell’etica, rinunciando ai suoi principi.  Ma la Chiesa non può nemmeno trincerarsi dietro i suoi ‘no’. Deve avere il coraggio di mettersi in gioco, di dialogare sempre, mantenendo le proprie ragioni, ma dialogare sempre, nello spirito del Concilio, che ancora è lungi dall’essere attuato. Come ha detto spesso anche questo Papa, la religione cristiana prima di essere tanti ‘no’ è un grande ‘sì’, una affermazione positiva.

Nel ringraziare la disponibilità di Fabrizio Falconi, siamo sicuri di aver contribuito, con questa intervista, a fare un po' di chiarezza su un argomento allo stesso tempo così dibattuto e così controverso.

Abbiamo pensato anche di realizzare un sondaggio per sapere cosa ne pensate voi della Rete. Siete d'accordo con quanto stabilito dal "Summorum Pontificum"?

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