Intervista – polisblog incontra Olivier Roy

All’istituto francese di Firenze, ieri, è stato organizzato un incontro pubblico con Olivier Roy. Orientalista e politologo, il signor Roy a ridosso dell’evento (in collaborazione con Francesca Ristori) ha fatto un punto per polisblog.it su quanto sta accadendo in una parte del mondo. Con lui, dopo quanto successo a Milano in Via Padova, abbiamo ragionato

All’istituto francese di Firenze, ieri, è stato organizzato un incontro pubblico con Olivier Roy. Orientalista e politologo, il signor Roy a ridosso dell’evento (in collaborazione con Francesca Ristori) ha fatto un punto per polisblog.it su quanto sta accadendo in una parte del mondo.

Con lui, dopo quanto successo a Milano in Via Padova, abbiamo ragionato anche sui quartieri a rischio che i mass media italiani hanno paragonato alla banlieue parigine.

Lei si è occupato molto di Medio Oriente. Nei giorni scorsi si sono tenute in Iraq le elezioni sulle quali le opinioni divergono. Secondo lei ha ragione Barack Obama quando sostiene che questo appuntamento elettorale rappresenta per gli iracheni “una pietra miliare nella loro storia”?

Si, al contrario di ciò che accade in Afghanistan, gli elettori continuano a votare in massa in Iraq e le elezione rimangono più o meno oneste. Siamo dunque entrati in una logica democratica, al meno sul medio termine. Ma evidentemente, tutto questo è fragile e rimane possibile solo perchè ci sono truppe americane in Iraq. Il vero test sara dopo la partenza delle truppe U.SA.

 

A proposito di Stati Uniti. Barack Obama, a differenza di alcuni stati europei (in primis l’Olanda che ha deciso di ridurre gli investimenti sul Medio Oriente), ha deciso di proseguire quanto avviato dal precedente Presidente Bush. Ha fatto bene secondo lei? Perché?

Gli Stati Uniti non hanno altra scelta che quella di rimanere una super-potenza, soprattutto nella prospettiva di una crescita della potenza della Cina e del ritorno della Russia. Ma il Medio Oriente è un tema sul quale un ritiro nelle condizione attuale è impossibile. Obama è obbligato ad assumere l’eredità di Bush perché in un certo modo non contesta l’idea che gli Stati Uniti aspirano ad un leadership mondiale. Gli europei non si pongono la domanda di essere una superpotenza: l’unico problema è di sapere in quale misura devono affiancarsi agli Stati Uniti o concentrarsi sull’Europa.

Lei si è occupato molto di Islam. Quanto il credo religioso influenza l’attività  politica di un paese?

Oggi, la società iraniana è una delle più laiche. Il regime non un regime di mollah ma piuttosto di paramilitari (i pasdaran), la maggior parte del clero si è ritirato dalla politica. La politica iraniana è quella di una grande potenza regionale che utilizza la religione, ma soprattutto i sentimenti anti-imperialisti, per presentarsi come i leader dell’opposizione alla presenza americana.

Secondo lei la Francia, dove risiede, sta affrontando bene l’integrazione tra le diverse culture religiose?

Direi “relativamente bene”. Il modello di laicità è costringente ma ha giustamente il vantaggio di uguagliare tutte le religione e di spingere i musulmani ad organizzarsi sulla base di una comunità di fede come le altre e non sulla base di una comunità etnico-culturale. Questo evita i trabocchetti del multi-culturalismo e spinge a pensare che l’Islam sia come una semplice rellgione e al di fuore delle culture tradizionale del Medio Oriente.

In Italia, complice quanto accaduto a Milano il mese scorso, alcuni analisti hanno iniziato a parlare di banlieue milanesi. Quelle francesi sono ancora un problema? Perché?

Il dibattito sulle banlieue mette in luce più un problema generazionale e sociale che un problema delle migrazione. Le seconde generazione  che incontrano il successo e raggiungono le classe medie, lasciano il proprio quartiere difficile dove rimangono solo i ”loosers” (i perdenti) a prescindere dalla loro etnia, mentre in Italia, la “banlieue” diventa il luogo di raggrupamenti di un’immigrazione di prima generazione dove i conflitti portano prima di tutto sulle opposizione etniche tra migrati.

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