Colpo di Stato in Turchia, regolamento di conti tra Erdogan e i militari

E’ passata appena una settimana dalle sconcertanti rivelazioni del Premier turco Recep Tayyip Erdogan in merito ad un tentativo di colpo di stato militare per abbattere il suo Governo. Troppo poco tempo per avere una visione chiara della situazione e capire quali possano essere gli sviluppi nel lungo periodo. Quello che però sappiamo è che

E’ passata appena una settimana dalle sconcertanti rivelazioni del Premier turco Recep Tayyip Erdogan in merito ad un tentativo di colpo di stato militare per abbattere il suo Governo.

Troppo poco tempo per avere una visione chiara della situazione e capire quali possano essere gli sviluppi nel lungo periodo. Quello che però sappiamo è che lo scontro tra il partito di Erdogan (AKP, Partito della Giustizia e Sviluppo, filo islamico) e i militari non è una novità ed è, anzi, una costante degli ultimi anni.

Non posso dire di essere un esperto di Turchia; ho fatto parte per diversi anni di un’associazione di cooperazione con il Kurdistan turco, ho conosciuto attivisti per i diritti umani, ne ho ascoltato le testimonianze e ho visto con i miei occhi la pesante militarizzazione di parti del territorio.

Tuttavia questo non mi rende un esperto…

…semmai mi aiuta a capire qualcosa di quello che sta accadendo, che rimane comunque qualcosa di ancora troppo sfumato per essere afferrato nella sua complessità. Certamente, conoscendo un po’ di storia della Turchia, lo scontro in atto tra Erdogan e alti gradi dell’esercito non stupisce più di tanto. È, forse, l’esito inevitabile di un processo in corso da tempo e che potrebbe vedere la fine del controllo dei militari sulla politica e sulla società turche. Per porci qualche interrogativo e provare a trovare qualche risposta dovremo però fare qualche passo indietro.

Iniziamo dal fatto più recente: il tentativo di colpo di Stato.

Tutto inizia lo scorso gennaio, quando il quotidiano filogovernativo Taraf svela l’esistenza di un piano eversivo risalente al 2003 (e denominato in codice “Balyoz” – martello) che sarebbe stato ordito dagli alti gradi dell’esercito per rovesciare il governo Erdogan, da poco al potere.

Come da perfetto manuale della strategia della tensione, “Balyoz” avrebbe previsto una serie di azioni per far piombare la Turchia nel caos: dallo scoppio di bombe nelle moschee di Istanbul durante la preghiera del venerdì all’abbattimento di un caccia militare turco per far ricadere la colpa sulla Grecia. Lo scopo: dimostrare che il Governo Erdogan non era in grado di mantenere l’ordine e la sicurezza del Paese e giustificare pertanto la necessità di una presa del potere da parte dei militari.

Il 22 febbraio, durante una visita di Stato a Madrid, Erdogan annuncia pubblicamente ai media e al mondo intero l’arresto di una rete di cospiratori. Finiscono in manette quarantanove tra militari in servizio e in pensione, accusati di far parte del piano eversivo; tra questi anche nomi eccellenti e, fino ad oggi, considerati intoccabili come gli ex capi dell’aviazione e della marina, Ibrahim Firtina e Ozden Ornek (poi rilasciati) e l’ex generale dell’esercito Cetin Dogan, ritenuto l’ideatore del presunto piano eversivo.

E’ un fatto senza precedenti in un Paese che, dal 1923, è di fatto sempre stato controllato dai militari. Seppure sorprendente, l’arresto degli ufficiali rappresenta, a parere di chi scrive, il naturale esito di uno scontro di potere tra la casta militare garante dello stato laico e kemalista e la leadership di Erdogan. Erdogan e l’AKP, non sono mai stati digeriti dall’esercito, dall’establishment turco laico e dai partiti nazionalisti e di opposizione (dal più oltranzista MHP, legato alla formazione di estrema destra dei Lupi Grigi, al DSP, socialdemocratico, ma di forte impronta nazionalista).

Per capire l’ostilità dei militari nei confronti di Erdogan e dell’AKP bisogna risalire alla nascita della Turchia moderna, con la fondazione della Repubblica nel 1923, ad opera di Mustafa Kemal Ataturk.

Profondamente persuaso della necessità di dare al Paese un assetto laico e moderno, Ataturk fa virare la Turchia in senso fortemente laicista, con una serie di riforme atte a sradicare l’influenza dell’Islam sulla società e liberare il Paese dei retaggi del passato: dall’abolizione del califfato alla parità dei sessi, dalla sostituzione dell’alfabeto arabo con quello latino a misure puramente simboliche come l’abolizione del fez (il copricapo tradizionale) per gli uomini. Una modernizzazione che ha consentito alla Turchia di diventare lo stato più laico e “occidentale” del Medio Oriente: dal 1954 membro fedelissimo della Nato e in ottimi rapporti con Israele. Una situazione pressoché unica. Ma una situazione imposta con la forza.

Ataturk pone infatti le basi per uno stato autoritario, che vede i suoi cardini nella laicità di stampo occidentale e nel culto della Nazione (intesa come nazione esclusivamente turca, senza spazio per minoranze etniche o linguistiche). Custodi della laicità e dell’assetto dato alla Repubblica turca dal “padre della patria” sono, inizialmente, il CHP (Partito repubblicano del popolo, unico partito fino al 1946) e, soprattutto, i militari.

Forte del consenso di ampi settori della popolazione e della grande borghesia imprenditoriale, l’esercito non esita ad entrare in azione con colpi di stato (1960, 1971 e 1980) e con il varo di una nuova Costituzione (1982) ogniqualvolta ritiene che lo Stato concepito da Ataturk sia minacciato da forze politiche avverse. Bestie nere dei militari sono i comunisti e le minoranze etniche, in particolare quella curda, che minaccerebbero di disgregare l’unità della nazione.

Altro fattore fondamentale per comprendere la Turchia è infatti l’ossessione, seguita alla disfatta della Prima guerra mondiale e alla conseguente dissoluzione dell’Impero ottomano, di veder ulteriormente disgregare l’unità nazionale e territoriale. In nome di tale unità l’establishment militare, dai tempi di Ataturk in poi, non ha mai esitato a reprimere, anche nel sangue, ogni aspirazione autonomista. E’ da ricondurre a questo clima culturale la recente condanna per vilipendio dell’identità nazionale inflitta allo scrittore premio Nobel Orhan Pamuk, reo di aver denunciato pubblicamente i massacri compiuti nel corso della storia turca nei confronti degli armeni e dei curdi, argomento da sempre considerato tabù.

Ed è sempre in questo clima che si inserisce la recente messa fuori legge del partito filocurdo DTP (peraltro erede di altre formazioni politiche già sciolte perché accusate di separatismo e contiguità con il PKK, la formazione armata curda che da decenni occupa l’esercito in una guerra a bassa intensità nel sud-est del Paese).

Ma il tema fondamentale per i militari è, come già detto, la laicità dello Stato. E qui arriviamo allo scontro con l’AKP. Infatti, pur essendo molto moderato, il Partito di Erdogan è filo-islamico. E questo per l’establishment turco (militari e magistratura in testa) ha rappresentato da subito un’anomalia. I partiti nazionalisti e i militari hanno sempre accusato Erdogan e l’AKP di voler far precipitare il paese nella deriva islamica. Sintomatico in questo senso è stato lo scontro sul velo femminile all’interno dell’università, da sempre proibito per legge e che Erdogan aveva invece tentato di consentire nel 2008, incassando una secca bocciatura della Corte costituzionale (organo prevalentemente influenzato dai militari).

Lo scontro quindi c’è ed è tutt’altro che sopito, come hanno dimostrato le grandi manifestazioni di massa, organizzate dai partiti laici e nazionalisti nel 2007, che di fatto costrinsero Erdogan a rinunciare alla Presidenza della Repubblica, cedendo il posto al più moderato esponente dell’AKP Abdullah Gul.

L’opposizione ritiene che il caso “Balyoz” sia strumentale: un pretesto di Erdogan per regolare i conti con l’esercito e rinforzare la propria leadership. Il caso, inoltre, ha inoltre una sorta di precedente nello scandalo Ergenekon, che configura un altro scontro tra poteri dello Stato.

Dal 2007 è infatti in corso un’indagine del Governo turco per fare luce su un’organizzazione segreta ed eversiva (denominata Ergenekon) che, secondo le indagini, avrebbe l’obiettivo di attuare una strategia della tensione volta a destabilizzare il Paese e sovvertire il Governo dell’AKP. Per l’accusa Ergenekon sarebbe stata composta da ex militari, elementi dei servizi segreti deviati, ex giudici e membri della criminalità organizzata. Una sorta di Gladio turca, insomma. Al momento sono stati aperti tre filoni di processo, con centinaia di imputati fra giudici in pensione e, anche in questo caso, militari.

Anche questo un pretesto per ridimensionare i poteri che si oppongono all’AKP e a Erdogan? Forse, eppure è un fatto che la Turchia ha avuto nella sua storia le prove dell’esistenza di legami malsani tra apparati deviati dello Stato e criminalità organizzata.

Nel 1996, ben prima dell’arrivo di Erdogan al potere, un incidente d’auto a Susurluk, sull’autostrada Istanbul – Smirne, ha rivelato al Paese che a bordo della stessa auto viaggiavano un deputato dell’allora partito di Governo (DYP, Partito della Madrepatria), l’ex direttore generale della sicurezza di Istanbul e un esponente della mafia di estrema destra, quest’ultimo in possesso di un documento falso che lo identificava come “commissario di polizia”. Lo scandalo è rimbalzato sui media per settimane e ha portato alla luce l’esistenza di rapporti tra mafia turca, Stato e strutture paramilitari. Non approfondiremo oltre la storia per ragioni di spazio; ci basti ricordare che l’esistenza di tali rapporti deviati non è un mistero né una novità per la Turchia, un Paese con una lunga storia di esecuzioni extra giudiziali, bande paramilitari, attentati ad attivisti dei diritti civili e incarcerazione di dissidenti.

Si aggiunga che buona parte dei militari e dell’establishment nazionalista non ha mai avuto interesse a far sì che la Turchia diventasse un Paese normale. L’ingresso in Europa e il conseguente adeguamento a standard democratici rappresenterebbe infatti la fine del potere dell’esercito e del suo ruolo di controllore della politica turca.

In questo senso la Turchia sembra ancora uno strano fossile sopravvissuto al termine della Guerra fredda. E forse non è azzardato pensare che sia finita una luna di miele. Quella tra Stati Uniti e militari turchi. Quella luna di miele che negli anni della Guerra fredda aveva una piena giustificazione, ha iniziato da tempo a mostrare segni di crisi, anche in occasione della gestione del conflitto iracheno (in particolare di quelle aree del nord Iraq controllate dai curdi, tollerate da Washington e viste come il fumo negli occhi dalla Turchia, che percepisce una minaccia curda sui suoi confini meridionali).

Non sarebbe quindi azzardato ritenere che gli arresti e le operazioni giudiziarie in corso possano essere viste con favore dagli USA, interessati ad avere un alleato stabile ed essenziale, ma finalmente presentabile. Se davvero fosse così ai militari turchi non resterebbe altro che adeguarsi al nuovo corso.