Elezioni Regionali 2010: storia di Filippo Penati, perdente di lusso con un futuro a Roma

Qualche mese fa, proprio qui su polisblog, criticai i manifesti elettorali di Filippo Penati per le elezioni provinciali di Milano, che invitavano a “scegliere la persona” (e sottintendevano “non il così poco attraente PD”). Oggi, dopo la mancata riconferma in Provincia, il centrosinistra ripresenta Penati come sfidante di Roberto Formigoni per la poltrona di Presidente


Qualche mese fa, proprio qui su polisblog, criticai i manifesti elettorali di Filippo Penati per le elezioni provinciali di Milano, che invitavano a “scegliere la persona” (e sottintendevano “non il così poco attraente PD”).

Oggi, dopo la mancata riconferma in Provincia, il centrosinistra ripresenta Penati come sfidante di Roberto Formigoni per la poltrona di Presidente della Regione Lombardia – utilizzando tra l’altro, nei nuovi manifesti, proprio la stessa foto di qualche mese fa.

Una scelta che potrebbe apparire paradossale ma che – se analizzata tenendo conto dei retroscena – rivela molte caratteristiche importanti del modo di fare politica di buona parte degli esponenti del Partito Democratico.

Perchè candidare Penati? Voci di corridoio, provenienti da ambienti piuttosto vicini all’ex sindaco di Sesto San Giovanni, danno questa versione della vicenda: il PD non ha mai considerato come realistica la possibilità di vincere in Lombardia, ed era alla ricerca di qualcuno pronto a candidarsi per perdere.

Nessuno però sembrava volersi fare carico di questa ingrata incombenza. Nessuno tranne il Penati, che però non aveva nessuna intenzione di fare il kamikaze gratuitamente. Stando sempre alle voci di cui sopra, l’ex coordinatore nazionale della mozione Bersani alle primarie avrebbe infatti chiesto come ricompensa niente meno che uno scatto di carriera all’interno del partito.

In altre parole: dopo la (prevedibile) sconfitta del 28 e 29 marzo, l’ex presidente della Provincia di Milano farà le valigie dal “territorio” del Nord per partire alla volta di Roma. Con un incarico nella macchina del partito o addirittura in una delle due camere, non appena sarà possibile.

La vicenda-Penati ci insegna che nel PD non fanno carriera le persone che ottengono la fiducia degli elettori: altrimenti un candidato doppiamente bocciato dal suo territorio verrebbe scartato senza appello. Fa carriera chi viene ritenuto degno della fiducia del partito: e questa si ottiene anche rendendosi disponibili a fare il candidato-suicida in tornate elettorali senza speranza.

Ed ecco spiegato il paradosso per cui nel PD chi più perde, più avanza. Resta però un’altra contraddizione, più difficile da risolvere: siamo sicuri che quel Penati così esperto nelle dinamiche interne del partito sia lo stesso che qualche mese fa implorava gli elettori di dimenticarsi del PD, e di scegliere invece la sua persona?