Ore 12 – I primi (duri) cento giorni di Bersani. Decisivi i prossimi cinquanta

I primi cento giorni Pierluigi Bersani li ha superati senza infamia e senza lode. I prossimi cinquanta, o poco più, saranno decisivi per il segretario del Pd e per lo stesso partito. I fatti, cioè l’andazzo di un partito in balia dei sussulti autodistruttivi interni e degli altalenanti eventi esterni, dimostrano che il Partito democratico

I primi cento giorni Pierluigi Bersani li ha superati senza infamia e senza lode. I prossimi cinquanta, o poco più, saranno decisivi per il segretario del Pd e per lo stesso partito.

I fatti, cioè l’andazzo di un partito in balia dei sussulti autodistruttivi interni e degli altalenanti eventi esterni, dimostrano che il Partito democratico era e resta una “amalgama mal riuscita” e che le primarie (oltre tre milioni di militanti ed elettori votarono per Bersani) erano e restano un bluff.

Cento giorni sono passati invano: il partito “pesante” è una chimera (nel territorio dominano i cacicchi e al centro le antiche divisioni correntizie si consumano in vecchie e nuove lotte fratricide) e la strategia delle “larghe” alleanze per un nuovo Ulivo fa acqua da tutte le parti (da una parte con l’Udc da “terzo forno”, e dall’altra con Idv e Radicali che giocano al gatto col topo).

I ko in Puglia e a Bologna non sono incidenti di percorso, bensì l’iceberg dello stato di salute del Pd. In ognuna delle tredici regioni chiamate al voto di marzo il pidì è una “gruviera”, va “a rimorchio”, sempre sotto il tiro di “amici” e “avversari”.

E non c’è capo o capetto, a Roma o fuori, che non esprima dissenso, infischiandone della linea del partito e della sua leadership.

Chi temeva un Bersani “autoritario” e “sbaracca tutto” si è dovuto ricredere: il segretario si è distinto per il suo minimalismo e per una ordinaria amministrazione che lascia il caos che c’era già.

Al Pd servono invece idee nuove e scatti da grimpeur. Ma servono adesso. Fra due mesi può essere troppo tardi. Sia per Bersani che per il Pd.