I bamboccioni? Tutti figli di Craxi

Due temi apparentemente diversissimi hanno animato il dibattito politico italiano nelle ultime settimane: il decennale della morte di Bettino Craxi, con i connessi tentativi di riabilitazione, e le polemiche sulla ritardata uscita dei giovani italiani dalla casa dei genitori, riaccese da alcuni casi di cronaca. In realtà le due vicende hanno in comune molto più


Due temi apparentemente diversissimi hanno animato il dibattito politico italiano nelle ultime settimane: il decennale della morte di Bettino Craxi, con i connessi tentativi di riabilitazione, e le polemiche sulla ritardata uscita dei giovani italiani dalla casa dei genitori, riaccese da alcuni casi di cronaca.

In realtà le due vicende hanno in comune molto più di quanto potrebbe sembrare: i diretti responsabili della difficilissima situazione dei giovani italiani di oggi sono proprio i politici e le generazioni passate, di cui Craxi rappresenta l’epitome.

Nel periodo 1981–‘91 si è creato infatti in Italia quello oggi potremmo chiamare il “paradiso degli sciocchi”: esponenti politici di governo come Andreotti, Forlani, De Mita, Pomicino e lo stesso Craxi, di fronte ad una importante fase di recessione economia, non lesinarono mobilità lunghe, casse integrazioni straordinarie, baby-pensioni e pre-pensionamenti su vasta scala. Non senza effetti collaterali per chi è venuto dopo. Vediamo qualche dato.

Nel corso degli anni ’80 le prestazioni sociali aumentarono di oltre 4 punti percentuali, passando dal 14,1 al 18,3, a fronte di un aumento dei contributi dal 12,7 al 14,7. Il disavanzo della protezione sociale, di conseguenza divenne strutturale assumendo dimensioni preoccupanti, passando dal -1,3 del 1980 al ben più consistente -3,6 del 1991.

Nello stesso periodo si assiste alla nota, drammatica crescita del debito pubblico (dal 59% al 104,1%, con un aumento di più di quaranta punti che ha portato il nostro deficit ad essere tra i più alti del mondo) e il conseguente – e ben più grave – raddoppio della spesa per interessi (dal 5,3 al 10,4%).

Chi era adulto o anziano nei “gloriosi” anni ’80 ha dunque goduto di politiche sociali assai generose, i cui costi hanno finito però per ricadere sulle generazioni successive. I giovani di oggi infatti non possono più contare su un livello analogo di sostegno, perché i loro genitori si sono presi tutto il piatto lasciando a loro il conto da pagare, con tanto di mancia.

Sì, perché oltre all’inganno c’è stata anche la beffa: è proprio in quegli anni infatti che il nostro paese si è trasformato in uno “stato di pensionati” – e questo non tanto perché l’invecchiamento della popolazione sia maggiore che altrove quanto per la tendenza della politica italiana a favorire il sostegno del reddito passivo.

Si è infatti spesso fatto ricorso in Italia ad un sistema di “early exits”, utilizzando il (pre)pensionamento come un modo soft per gestire la sovrabbondanza di forza lavoro in tempi di alta disoccupazione.

Un sistema che ha permesso di garantire un buon livello di pace sociale e, soprattutto, di consenso per i partiti di governo. Tuttavia le criticità di questo tipo di meccanismo non mancano: essi sono infatti sempre dedicati a coloro che sono già ben inseriti nel mercato del lavoro (i cosiddetti insiders), e lasciano invece sempre meno risorse per finanziare le prestazioni degli outsiders (soprattutto giovani, precari e disoccupati).

Non è un caso infatti che già nel 1995, solo pochi anni dopo l’”era d’oro” dei baby-pensionati, si sia resa necessaria la riforma Dini del sistema pensionistico la quale, con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, avrà come conseguenza la riduzione anche del 50% della pensione rispetto al reddito da lavoro per gli entrati nel mercato del lavoro dopo il 1996.

Il tutto mentre, grazie al mantenimento del finanziamento a ripartizione nel periodo di transizione, i contributi versati dai lavoratori attivi di oggi non vengono accantonati in un fondo, ma vengono immediatamente utilizzati per finanziare le pensioni in pagamento; anche quelle dei baby-pensionati che il buon Bettino e i suoi compari ci hanno lasciato in eredità.

Il fardello del debito pubblico e l’inganno previdenziale si accompagnano ad altri svantaggi per i nati dagli anni’70 in poi: un mercato di lavoro sempre più atipico (che ormai tocca una quota significativa del totale degli occupati) e concorrenziale (i nostri padri e nonni non si sono trovati in diretta concorrenza con le loro coetanee, perché il tasso di attività femminile era nettamente più basso) e ad una edilizia popolare quasi inesistente rispetto quella generosa degli anni ’80.

Tutti fattori che, uniti ai salari più bassi d’Europa, fanno sì che i giovani non abbiano spesso altra risorsa, per uscire di casa, che i risparmi dei genitori, in quanto il loro reddito spesso non è in grado di garantire non un futuro sicuro – che rimane per molti un’utopia – ma le stesse possibilità di sopravvivenza autonoma.

Non tutti hanno perso, però: oltre alla generazione dei baby boomers – che ora si diverte a chiamare i propri figli “bamboccioni”, dopo averli caricati di tutti i propri debiti – ci guadagnò anche tutta una classe politica, quella della Prima Repubblica, che grazie ai sacrifici delle generazioni future poté mantenere il proprio consenso – almeno fino a Tangentopoli.

Per qualcuno di loro, adesso, sono in arrivo anche le glorie postume, le intitolazioni di vie e l’attributo di “grande statista”. Questa è l’Italia: un paese per vecchi, in cui i vecchi ora giustamente rendono tributo a chi ha garantito loro così tanti privilegi.

Si ringrazia Francesco Giubileo per la collaborazione alla stesura dell’articolo.

Foto | Flickr.