Google vs Cina: la storia di Xu Zhiyong, tra censura compromessi e democrazia

Potere e tecnologia, autoritarismo e democrazia, interessi economici e censura. La capacità della rete di disperdere il potere, decentrarlo, distribuirlo in orizzontale, renderlo condiviso e pensato per una cittadinanza attiva, che propone e non sta a guardare. Temi mai così attuali, anche nel Belpaese, con alle porte un osceno decreto Romani, come ci spiega bene


Potere e tecnologia, autoritarismo e democrazia, interessi economici e censura. La capacità della rete di disperdere il potere, decentrarlo, distribuirlo in orizzontale, renderlo condiviso e pensato per una cittadinanza attiva, che propone e non sta a guardare. Temi mai così attuali, anche nel Belpaese, con alle porte un osceno decreto Romani, come ci spiega bene nel suo blog Alessandro Gilioli.

Il caso più lampante di scontro tra potere tecnologico e potere politico nelle ultime settimane è certamente quello di Google contro la Cina. Infatti dopo ripetute violazioni a fini di spionaggio, furto di proprietà intellettuale e censura da parte delle autorità cinesi, Google ha minacciato, almeno inizialmente, di andarsene.

Strategia giusta o sbagliata? La storia di Xu Zhiyong ci può aiutare meglio a capire la portata della posta in gioco.

Immagine|Flickr

Xu Zhiyong è un avvocato e noto attivista per i diritti umani che il 29 luglio del 2008 viene arrestato all’alba dalla polizia cinese nella sua casa e portato via. Dopo un mese di silenzio, e ripetute richieste da parte dell’opinione pubblica mondiale, viene fuori che l’avvocato è accusato di evasione fiscale nell’ambito delle attività del centro legale Gongmeng, noto come “Open Constitution Initiative”, l’organizzazione a sostegno dei diritti costituzionali garantiti ai cittadini di cui l’attivista è fondatore e leader.

L’accusa è palesemente pretestuosa, l’organizzazione no profit viene dichiarata illegale per la seconda volta dalla sua fondazione e scompare; Xu Zhiyong viene rilasciato all’improvviso domenica 23 agosto, in parte per la pressione esercitata dagli Stati Uniti, visto che dal 2003 l’attivista collabora con il China Law Center dell’università di Yale e lì ha tanti amici, in primis il direttore Paul Gewirtz.

Rimane però abbastanza sorprendente il rilascio così immediato dell’attivista, che torna alle sue attività e alla quotidiana e dura realtà fatta di censura, violazioni della privacy e spionaggio: però torna. Come dire, il governo cinese sta usando bastone e carota, anche perché, probabilmente si trova di fronte ad una realtà molto difficile e complessa, non risolvibile con dei semplici arresti.

Censurare la rete in maniera totale, come può essere in caso Google rinunci (ma non lo farà, visto che con i suoi 384 milioni di utenti la Cina è il più grande mercato al mondo per la rete), può essere una mossa controproducente per il paese e la sua immagine, così come resta per le autorità del regime prioritario un controllo sui possibili “ribelli”.

Google ha già smentito la “fuga” dichiarando colloqui e breve con le autorità cinesi, dal canto loro favorevoli all’iniziativa, pur con la sottolineatura che tutte le aziende straniere, Google compresa, devono rispettare le leggi cinesi.

Paradossalmente quindi, pare che Google riesca là dove non sono arrivate né le (a dire il vero piuttosto blande) pressioni internazionali né anni di propaganda; dando un colpo al cerchio e uno alla botte, minacciando e poi traccheggiando, l’azienda americana potrebbe arrivare, con l’aiuto delle nuove generazioni di internauti cinesi, a creare degli spazi di democrazia impensabili fino a poco tempo fa nello stato cinese.

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