Minzolini, Craxi, il TG1: dalla libertà di stampa, a Ingroia, Spatuzza e i “gossip sul premier”

Ieri Augusto Minzolini ci ha dato altri ottimi motivi per spegnere la televisione. L’informazione, voi, che state leggendo questo post, sapete già come costruirvela: il problema, sono quegli svariati milioni di altri italiani che utilizzano il tg della prima rete del servizio pubblico come unica fonte per approvvigionarsi di notizie, e di conseguenza, come unica


Ieri Augusto Minzolini ci ha dato altri ottimi motivi per spegnere la televisione. L’informazione, voi, che state leggendo questo post, sapete già come costruirvela: il problema, sono quegli svariati milioni di altri italiani che utilizzano il tg della prima rete del servizio pubblico come unica fonte per approvvigionarsi di notizie, e di conseguenza, come unica fonte su cui basare le proprie opinioni. Le costruiscono lì, per via catodica.

Anche su tvblog si parla dell’ennesimo editoriale, stavolta su Bettino Craxi, del direttore del Tg1: ma la storia è lunga, e nella anomala gestione minzoliniana della prima rete Rai, non è certo la prima occasione in cui si deve criticare una scelta editoriale, assolutamente fuori dagli schemi del servizio pubblico: ma al contrario, completamente prona, in una maniera che mai era stata così evidente, ai voleri del governo in carica.

Per prima cosa, vediamo il testo integrale dell’editoriale di Minzolini:

«una democrazia costosa, permise per cinquant’anni al nostro Paese di restare nel mondo libero: da un lato i partiti che governarono la prima Repubblica con i loro pregi e difetti, dall’altro il più grande partito comunista occidentale, con i suoi rapporti con l’Urss. Con la caduta del Muro di Berlino, per il solito paradosso italiano, i vincitori, quelli che erano sempre stati dalla parte giusta, invece di ricevere una medaglia furono messi alla sbarra»

«Basti pensare che il reato portante di Tangentopoli, cioè il finanziamento illecito ai partiti, era stato oggetto di un’amnistia soltanto due anni prima: un colpo di spugna che preservò alcuni e dannò altri. La verità è che a un problema politico fu data una soluzione giudiziaria. E l’unico che ebbe il coraggio di porre in questi termini la questione, cioè Craxi, fu spedito alla ghigliottina. Per questo Craxi non volle mai vestire i panni dell’imputato. E’ di quegli anni il vulnus che alterò i rapporti fra politica e magistratura. Un vulnus che per quasi un ventennio ha fatto cadere governi per inchieste che spesso non hanno portato da nessuna parte e che ha lanciato nell’agone politico i magistrati che ne erano stati protagonisti, che già per questo avrebbero dovuto dimostrare di non essere di parte»

Ci sono tante e tali incongruenze ed errori storici, in queste parole, che è un problema iniziare: proviamoci. Minzolini parte con “una democrazia costosa, permise per cinquant’anni al nostro Paese di restare nel mondo libero: da un lato i partiti che governarono la prima Repubblica con i loro pregi e difetti, dall’altro il più grande partito comunista occidentale, con i suoi rapporti con l’Urss”.

Che fosse una “democrazia costosa”, non ci piove: piove, e molto anche sulla seconda affermazione. Da un lato i buoni: cioè chi ha governato, DC in primis, secondariamente PSI. Loro secondo Minzolini, sono i buoni: quelli che hanno tenuto l’Italia nel mondo libero. Un mondo libero fatto di eversione, di stragi di stato con centinaia di morti, di P2, di Gladio, Stay Behind, Ustica, chi più ne ha, più ne metta. Questo è il prezzo che l’Italia ha pagato per restare libera? Chiedetelo ai parenti della vittime di piazza Fontana, o della strage di Bologna.

Chiedetelo alle associazioni dei familiari delle vittime: di sicuro loro sono orgogliose di aver visto il fratello o la madre, o il padre, saltare per aria. “Mi spiace signora, era perché dovevamo mettere in piedi la strategia della tensione, sa, è per restare nel mondo libero!”. Forse a qualcuno sfugge che quella di Minzolini è la riscrittura della storia.

Sento già il qualunquista di turno: “Ma se avesse vinto il PCI adesso saremmo, orrore, poveri! Ci sarebbero gulag ovunque! Faremmo la fila per il pane”. Seee… per carità. Niente di più sbagliato: solo un cretino può credere che il PCI possa aver mai voluto fare “la rivoluzione”, in Italia. Vi ricordate del battibecco tra Adriano Sofri e Togliatti all’università di Pisa, nel 1963? Lo si legge sul blog di un altro, Sofri

C’è questo aneddoto sulla carriera politica giovanile di Sofri, quello anziano, che è stato raccontato mille volte. In una delle molte versioni, arriva Togliatti a Pisa e il giovane Sofri presessantottino e insubordinato gli chiede conto di non aver voluto fare la rivoluzione. Togliatti risponde “provateci voi, a fare la rivoluzione…”, e Sofri gli fa “ci stiamo provando…”.

Proprio in relazione all’immobilismo “rivoluzionario” del maggiore partito comunista d’Europa, quello italiano, nacque il terrorismo. Il PCI in Italia, ha sempre pensato solo a governare: mai, dal dopoguerra al suo scioglimento con la svolta della Bolognina, ha pensato di fare la rivoluzione. Ma vallo a spiegare, non tanto a Minzolini, che lo sa benissimo, ma ai milioni di persone che lo ascoltano.

Prosegue Minzo: “Basti pensare che il reato portante di Tangentopoli, cioè il finanziamento illecito ai partiti, era stato oggetto di un’amnistia soltanto due anni prima: un colpo di spugna che preservò alcuni e dannò altri. La verità è che a un problema politico fu data una soluzione giudiziaria. E l’unico che ebbe il coraggio di porre in questi termini la questione, cioè Craxi, fu spedito alla ghigliottina”.

Il “problema poltico” cui fu data una soluzione giudiziaria, si chiamano: miliardi e miliardi di tangenti – pensate solo alla maxitangente Enimont, quasi 90 miliardi di lire, del 1992 – pagate con denaro pubblico, un sistema che corrodeva sé stesso, causando il debito pubblico parossistico, da cui tutt’oggi il paese è schiacciato. Il “problema politico” caro Augusto, si chiama rubare. Non rubi? Non vieni indagato, semplice. Craxi esiliò volontariamente, fu un latitante. Fine.

Ma la vulgata, con cui indottrinare milioni di italiani è: rubavano tutti, i giudici sono cattivi, ci fu persecuzione. E ci si riallaccia poi, con un salto logico meraviglioso, sempre dell’ottimo Augusto Minzolini, alle attuali vicende giudiziarie del premier. “E’ di quegli anni il vulnus che alterò i rapporti fra politica e magistratura”. Nessun vulnus: solo l’anomalia SB da normalizzare davanti a qualche milione di italiani a cena.

Volete ripercorrere l’epopea minzoliniana? Ce n’è per tutti, dall’oscuramento della vicenda Berlusconi – d’Addario, passando per magistrati insultati come Ingroia, o una difesa d’ufficio del premier, quando parlò Gaspare Spatuzza, e poi ancora la manifestazione per la libertà di stampa. La libertà di espressione, non si discute. Si discute la gestione del servizio pubblico, e forse, del peggior Tg1 di sempre.