I sistemi elettorali in Europa: la Francia

Le elezioni sono passate, e cosi forse abbiamo sperato per un attimo di poter accantonare il discorso sulla validità del c.d. porcellum, e sulle sue possibili varianti. Questo purtroppo non è possibile. Per quanto il porcellum abbia funzionato in questa tornata elettorale, ancora pende sulla sua testa la spada di Damocle del temutissimo referendum. Avremmo

di

Le elezioni sono passate, e cosi forse abbiamo sperato per un attimo di poter accantonare il discorso sulla validità del c.d. porcellum, e sulle sue possibili varianti. Questo purtroppo non è possibile.

Per quanto il porcellum abbia funzionato in questa tornata elettorale, ancora pende sulla sua testa la spada di Damocle del temutissimo referendum. Avremmo dovuto, se Prodi non fosse caduto rovinosamente, votarlo a maggio, se prima il Veltrusconi non avesse prodotto un’alternativa.

Abbiamo sentito parlare di tutti i sistemi di votazione possibili e immaginabili usati in tutto il mondo, ma nessuno ci ha mai spiegato effettivamente come funzionassero. Cominciamo oggi a vederci chiaro, e iniziamo a capire come votano i nostri cugini francesi. Dopo il salto vi spieghiamo come funziona.

In Francia vige un sistema istituzionale evidentemente diverso dal nostro, anche se pur sempre basato su un bicameralismo imperfetto, con un’Assemblea Nazionale e un Senato. Per i due organi il sistema elettorale cambia, vediamo come.

L’Assemblée Nationale è composta da 577 deputati che restano in carica per una legislatura quinquiennale, e si può essere eletti se si hanno più di 23 anni; i deputati vengono eletti dai cittadini che hanno compiuto i 18 anni, ma non solo: devono iscriversi presso le liste del comune, quindi si richiede una espressa dichiarazione della volontà di votare (circa il 10% dei francesi non lo ha fatto).

Il sistema utilizzato è il maggioritario a due turni con circoscrizioni uninominali. Viene eletto direttamente al primo turno chi ottiene la maggioranza assoluta dei voti, a patto però che la cifra elettorale ottenuta sia pari al 25% del numero degli elettori iscritti nelle liste di circoscrizione, altrimenti la settimana dopo si va al secondo turno, al quale partecipano solo i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5% del totale degli iscritti alla circoscrizione.

Per il Senato il discorso, come accade quasi sempre, è più complesso. In totale i francesi eleggono, oltre ai 577 deputati dell’Assemblea, altri 321 membri per il Senato (per un totale di 898 eletti, contro i nostri 945).

Il Senato resta in carica 9 anni, ma ogni triennio si rinnovano 1/3 dei seggi. Le elezioni avvengono tramite suffragio universale indiretto, che per capirci è lo stesso modo nel quale noi eleggiamo il Presidente della Repubblica: lo fanno per noi i rappresentanti eletti in Parlamento.

In Francia elegge il Senato un gruppo che potremmo definire di grandi elettori, composti da deputati, consiglieri regionali e consiglieri municipali (che sono numericamente molto rilevanti), e 12 senatori sono eletti dai francesi all’estero (con suffragio universale).

I comuni eleggono per il collegio elettorale un numero di delegati variabile in base alla consistenza del consiglio comunale: da 1 a 15 delegati i comuni fino a 9000 abitanti; mandano tutti i consiglieri i comuni dai 9000 ai 30000 abitanti, i quali inviano 1 delegato in più per ogni 1000 abitanti che superano i 30000.

Ogni dipartimento ha un numero di senatori da eleggere, e in base a questo variano le modalità di scrutinio: se non sono più di 2 si utilizza il maggioritario a due turni da effettuarsi nello stesso giorno.

Se sono più di 2 si ricorre ad un proporzionale con liste bloccate (un po’ come il nostro porcellum, nel quale le liste vengono a priori compilate dai partiti). Con due leggi del 2003, che entreranno in vigore progressivamente e nella loro totalità a partire dal 2010, si sono apportate modifiche al sistema di elezione del Senato: abbassando la componente eletta proporzionalmente, aumentando il numero dei senatori a 346 (cosa che a noi italiani, ormai disposti a decimare il nostro parlamento, suon almeno bizzarra), abbassando il limite per essere eletti da 35 a 30 anni e riducendo il mandato a 6 anni (con il rinnovo triennale del 50% dei seggi).